Teo Ho: dal vivo al Poppyficio di Roma – di Gabriele Peritore

Capita, in un’insolita caldissima serata d’aprile, un insolito concerto di un musicista friulano che sbarca a Centocelle. Lui è Teo Ho (al secolo Matteo Bosco) e non ci poteva essere approdo migliore, perché il quartiere di Centocelle da un po’ di tempo a questa parte offre tantissime situazioni, tutte diverse tra di loro, che contribuiscono notevolmente allo sviluppo culturale della città. Librerie, birrerie trattorie, tutto emana vita in questo momento. Prima di arrivare al Circolo ARCI in cui si tiene il concerto, faccio una lunga passeggiata involontaria (è mia abitudine perdermi sovente provandoci gusto) e l’impressione sulla vita del quartiere è galvanizzante. In ogni angolo, una pizzeria o un pub o un ristorante di alto livello. Quando, finalmente, arrivo all’osteria Poppyficio, è già tardi rispetto all’orario prefissato ma “tardi” non esiste. In un quartiere sempre sveglio non ci sono orari. Il Poppyficio è un’osteria all’antica che rispolvera le veraci tradizioni del mangiare conviviale e dei gusti di un tempo. Ho anche l’occasione di scambiare quattro chiacchiere con Teo prima che inizi a suonare. Sono felice di poter conoscere di persona un artista che avevo avuto modo di ammirare attraverso il suo disco (recensito in autunno). Anche lui è soddisfatto, soprattutto dell’accoglienza ricevuta in questo locale, cosa non da poco in questo periodo storico per un musicista. Poi, quando tutti finiscono di cenare, inizia il concerto acustico. Teo imbraccia la chitarra  e con l’armonica richiama l’attenzione degli astanti. Sembra calarsi alla perfezione in questa atmosfera da osteria che fa tornare alla mente quelle che si creavano negli  anni settanta, sempre a Roma, o a Bologna in situazioni gucciniane. Il cantautore dialoga con il pubblico, riprende scorci di realtà attuale e li riporta in versi, attraverso il suo filtro poetico… e Teo Ho è un vero cantautore; per ogni canzone ha un aneddoto accattivante, interessante e divertente. Sa provocare quando vuole e sa coinvolgere incuriosendo, in un botta e risposta con il pubblico. Spassose le battute sulle sue ex, a cui dedica La Volpe e L’uva, una delle canzoni più belle del vecchio album “I Gatti Di Lenin“, e 22 Presenze, dell’album che verrà, forse il prossimo autunno. Ovviamente, quando si è al cospetto di un cantautore, la caratteristica che colpisce principalmente è l’abilità di scrivere versi, la capacità di portare tutto il suo mondo poetico nella metrica di una melodia. L’ambiente dell’osteria si conferma perfetto per uno come lui che fonde visioni spiazzanti e vissuto intimo, in strofe ebbre e intense, accorate.  Perché il suo modo di comunicare è diretto e senza sovrastrutture. Strizza gli occhi mentre canta, sembra voler rivolgersi ad un’interiorità molto profonda, per comunicare in maniera profonda appunto anche agli spettatori, solo con la voce che narra. Toccanti i momenti di Genova, Berretto Di Lanao dell’inedito L’Operaio, Il Poeta Siriano E Il Caporale Innamorato. La poesia si effonde piacevolmente nell’aria. Dal vivo è più facile osservare anche le sue qualità di chitarrista. Vedere muoversi con disinvoltura le dita sul suo strumento fa apprezzare il suo stile compositivo; il susseguirsi non banale degli accordi e le eleganti frasi di raccordo tra un giro armonico e l’altro… mi vengono in mente Il Gatto Di Lenin o La Scatola Dello Sgombero… ma ogni brano ha una sua chicca strumentale. Tra un omaggio a Dylan e un siparietto simpatico, come niente si arriva alla fine e, in una notte così, nessuno vuole che finisca… il pubblico reclama il bis. Non c’è neanche bisogno di chiederlo… Teo Ho, intona 9 Per, un brano dedicato ad un’amica scomparsa prematuramente… e questa volta la poesia diventa magia, grazie a un canto che sospende il tempo… non c’è più fine e non c’è più inizio… non c’è tardi e non c’è presto… con l’armonica a coccolare l’incanto. Grazie Teo Ho. Grazie Poppyficio.

Foto ZibLab © tutti i diritti riservati 
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