Tenedle: “Traumsender” (2018) – di Capitan Delirio

Tredici colpi, bastano tredici colpi, battuti da chi, come Tenedle, si aggira con ebbra malinconia, provando ad appendere quadri alle pareti della notte. Soltanto che a piantare i chiodi sui muri si aprono squarci che proiettano in un’altra dimensione: quella dei sogni. Con colori che sventagliano tutte le tonalità dell’oscurità. Così nasce “Traumsender”, il settimo lavoro in studio del musicista toscano Dimitri Niccolai, artisticamente conosciuto come Tenedle. I suoi attrezzi del mestiere sono le sperimentazioni legate all’elettronica che, inevitabilmente, richiamano sonorità anni ottanta, e il songwriting basato su testi intimi, visionari, che invece lo proiettano nel futuro. D’altronde, come afferma l’autore stesso, la parola Traumsender vuol dire portatore di sogni, o trasmettitore di sogni. Il risultato è un sound crepuscolare ed elegante che alla lunga conquista le zone d’ombra trasformandole in melodia. Per tessere la trama dei sogni spesso serve uno stato di solitudine fluttuante, come usa fare Tenedle in fase di creazione ma, una volta portata a termine la prima stesura, si apre alle collaborazioni con artisti che sanno entrare in sintonia con le idee espressive dell’autore e possono dare il loro peculiare e fondamentale contributo: come il trombettista Bert Lochs o le preziose voci di Debora Petrina o Susanna Buffa e tanti altri ancora. Il brano di apertura del disco mostra immediatamente tutte le carte che ha da giocare. Un mondo di sogni popolato da proiezioni di fantasia, desideri, illusioni, ossessioni. Passioni giovanili da far rivivere. Il titolo Revival fa ben sperare. Ci facciamo coinvolgere da questa atmosfera che ripercorre le modalità creative dell’Espressionismo, la corrente artistica dei primi del Novecento, e ci godiamo il susseguirsi dei brani come un unico racconto. Potremmo citare No Ground o The Temple… o brani dai toni più pessimisti come Sentenced To Death o Spring Will Never Come. O ancora quelli più ariosi come Welcome Back per comprendere che ogni composizione, anche la più macabra, ha una chiave per trovare l’alba dentro l’imbrunire.

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