Ten Years After: “A Sting in the Tale” (2017) – di Magar

Siamo nel 1967… o perlomeno proviamo a pensare di esserci. Quattro giovani musicisti si agitano nel fermento musicale che ribolle in tutta la Gran Bretagna: provengono dal Nottinghamshire e si chiamano Alvin Lee, Chick Churchill, Leo Lyons e Ric Lee. Ancora non lo sanno, ma hanno davanti un destino luminoso, fatto di innumerevoli Album multimilionari e di performances live destinate ad entrare nella Storia del Rock. Sono i Ten Years After, ovviamente, e la loro storia è sicuramente nota a tutti voi. Come è naturale per ogni gruppo che abbia una carriera longeva, anche i TYA hanno avuto le loro vicissitudini, lasciandosi e riprendendosi innumerevoli volte nel corso degli anni… ma il nucleo storico è rimasto sostanzialmente quello per moltissimo tempo. A parte l’Album “Now”, datato 2004, che vedeva Joe Gooch cimentarsi con chitarra voce, non si riscontrano altre variazioni. La Band è sicuramente legata al talento di Alvin Lee, chitarrista di grande livello dotato di una velocità e di una tecnica assolutamente esplosive: il suo fraseggio è riconoscibilissimo, e le sue doti tecniche lo hanno portato a essere riconosciuto come uno dei grandi Guitar Hero del Rock. Una leggenda quindi, che come tutte le leggende termina in modo triste: Alvin lascia la Band nel 2003, probabilmente per proseguire il suo progetto solista, senza tuttavia riscuotere particolare successo, e muore nel 2013, in seguito alle complicazioni per un intervento chirurgico. La Band tuttavia non cessa di esistere, e continua a macinare attività live, arrivando a incidere “Now”, a cui accennavamo sopra. Se c’è una cosa che identifica i TYA sono proprio le loro esibizioni dal vivo: una costante che non ha mai abbandonato la scena musicale. Eccoci ai giorni nostri… nel 2014 i membri fondatori Ric Lee e Chick Churchill decidono di riformare la Band dandole nuova linfa: inseriscono Colin Hodgkinson al basso (Peter Green, Alexis Corner, Spencer Davis, Chris Rea, John Lord) e Marcus Bonfanti alla chitarra e voce (Van Morrison, Ginger Baker, Ronnie Wood). La line up così composta inizia da subito a fare ciò che risulta innato in loro, scritto nel DNA: suonare dal vivo. I quattro arrivano ad oggi con oltre 150 concerti sulle spalle, raccogliendo recensioni entusiastiche da ogni dove e continuando a produrre “Good Vibrations” come fanno da sempre. Appare quindi logica la scelta di tornare in sala d’incisione e rilasciare un Album di inediti, sopratutto considerando il fatto che nel 2017 celebrano i cinquanta anni di attività. “A Sting in the Tale” ci presenta una Band che ha dispetto della non tenera età possiede una energia vitale e pulsante non comune: il disco è un concentrato di energia pulita, vibrante come è giusto che sia, e dotato di una vena melodica di tutto rispetto. Bonfanti canta in modo egregio, e la sua chitarra esprime tutta la liricità di cui i brani necessitano. Il riff di Suranne Suranne da solo spiega più di tutte le parole che potremmo scrivere al riguardo, mentre la splendida Diamond Girl, che scorre come ballata acustica per buona parte del pezzo prima di stemperarsi in una grande canzone rock con la chitarra che davvero lascia il segno, si erge come simbolo del nuovo corso della Band. Attraverso una serie di riff azzeccati, con giri di organo sempre pertinenti, e alcune venature di puro Hard Blues, “A Sting in the Tale” piace sopratutto perché racconta una storia che conosciamo bene, di quelle che nonostante tutto continuano a farci preferire i bei tempi andati, come amava dire Ernest Hemingway: parafrasando un suo celebre passaggio possiamo arrivare a dire “…ma quelli erano i bei tempi andati, quelli in cui eravamo molto poveri, ma molto felici”Ascoltate l’iniziale Land of the Vandals, lasciatevi trascinare dal vortice sonoro di questi quattro giovani musicisti, e poi ne riparliamo…

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