Ten Wheel Drive: Genya Ravan e i vagiti del Jazz Rock – di Maurizio Garatti

Una delle band più innovative (e purtroppo anche sconosciute) mai apparse sulla scena musicale americana, deve molto del suo estro a una vocalist di grande talento e d’origine polacca. Genya Ravan, che la mamma chiamava Goldie da bambina, è nata a Lodz, e arriva negli States nel 1947. La sua prima band, o perlomeno la prima a salire agli onori della ribalta, si chiamava Goldie & the Gingerbreads ed era una “All Female Band”, tanto valida da diventare le prima del suo genere a firmare un contratto con una Major (Atco e Decca). Archiviata questa esperienza, Genya nel 1968 è alla ricerca di qualcosa di nuovo, qualcosa che racchiuda in sé le sue qualità canore e la sua voglia di uscire dagli schemi… e ciò la porta a incrociare il proprio destino con quello di due musicisti del New Jersey, Michael Zager e Aram Schefrin. Con loro forma il nucleo di un nuovo gruppo che prende il nome di Ten Wheel Drive, a cui verranno aggiunti successivamente turnisti vari per la registrazione dell’ album di debutto e per l’attività live. Caso vuole che proprio in quel periodo la Polydor stia creando la propria sezione americana, intravedendo in Genya le potenzialità di una nuova Janis Joplin. L’etichetta scrittura la band e con la produzione di Walter Raim da alle stampe “Construction #1” nel 1969, disco stupefacente che coniuga i primi vagiti del Jazz Rock con gli echi ancora non sopiti dell’era Psichedelica. Il leggendario concerto che il gruppo tiene lo stesso anno al Fillmore East di New York sconvolge i ricorrenti canoni musicali comunque già molto liberi, mettendo in mostra musicisti di indubbio talento e una front woman in grado di ammaliare e stupire, capace di grandi prestazioni vocali ma anche consapevole della propria sensualità; togliendosi la giacca durante la performance e restando mezza nuda, seppur con il seno e la schiena adeguatamente dipinti. Genya ribadisce il proprio modo di intendere una live experience. Nell’estate dello stesso anno è la volta dell’Atlanta Pop Festival, dove Genya trova Janis Joplin, senza tuttavia dar luogo ad alcun tipo di rivalità. Le voci femminili di quel periodo stanno trasformando il mondo del rock in uno sfavillante carrozzone che trasuda erotismo: Genya, come Janis e Grace Slick si ergono a paladine di una visione che ha le radici nell’era Hippie e la mente proiettata agli imminenti Seventies e, gli album pubblicati in quel periodo, hanno tutti una connotazione anche simbolica, una sorta di rappresentazione iconografica del nascente movimento di rivendicazione dei diritti delle donne; ma al di la di tutto quello che balza subito agli occhi, anzi alle orecchie, è la qualità di un disco che ha pochi riscontri nel pur variegato mondo musicale di quegli anni. “Construction #1” è un album che si stacca significativamente da tutto ciò che all’epoca raccoglieva i maggiori consensi e, proprio per questo, viene accolto in modo positivo. L’incredibile attacco di basso e la stupefacente voce di Genya creano immediatamente un feeling che proseguirà per tutto l’ascolto. La sezione fiati colora in modo indelebile tutto il disco, con stacchi decisamente jazzati, costruiti su un tappeto funky che trasuda blues e rock. A questo incredibile debutto farà seguito nel 1970 il secondo disco, “Brief Replies”, che non si discosta molto dal precedente, ma anzi, aggiunge qualcosa alla grandeur della band, così come il seguente “Peculiar Friends” del 1971, anno nel quale Genya abbandona il progetto, scegliendo di dedicarsi alla carriera solista. I fatti però non la premieranno a sufficienza e, nonostante la validità del suo disco di esordio, tra l’altro aiutata in questo proprio da Zager e Schefrin, di Genya Ravan finiranno per perdersi le tracce. La Band da alle stampe un quarto album, nel 1974, con il titolo di “Ten Wheel Drive”, che vede la partecipazione di Annie Sutton proveniente dai Rascals come sostituta di Genya… ma ormai la magia si è esaurita da tempo, e la musica si sta rapidamente evolvendo in un nuovo presente, demolendo tutto il passato. Il velo del tempo scende quindi a nascondere una delle Band più innovative della fine dei sixties, sollevandosi brevemente sul finire degli anni settanta quando, in piena era disco dance la Michael Zager Band raggiungerà le vette delle classifiche con la celebre Let’s All Chant, per poi consegnare all’oblio una splendida avventura.

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