Temple Of The Dog (1990 – 1992) – di Bruno Santini

Se pensiamo all’avvento dei supergruppi nel rock degli anni settanta, ciò che subito o quasi ci viene in mente è considerare dei paralleli artistici, all’interno dei quali un gruppo di più talenti (già affermati e famosi in altre band) riescono a riunirsi in un solo progetto, dando vita a un qualcosa che, nella maggior parte dei casi, prevede la spettacolarità non solo dei prodotti, ma anche dei contesti e delle atmosfere. Ora, pensare che a un artista basti il solo talento appare essere piuttosto blasfemo, anche quando questo porta avanti una carriera da solista. Nel caso specifico delle band, inoltre, dove il principio cardine è la musica d’insieme, vengono a crearsi delle atmosfere e dei meccanismi collaudati secondo i quali ci si conosce, ci si rapporta, si riesce a unificare le voci di uno stesso coro creandone, sostanzialmente, una. Arriviamo dunque al punto: immaginare che un artista, singolo in quello stesso schema collaudato di cui abbiamo precedentemente parlato, riesca a portare avanti, contemporaneamente, due progetti musicali è un qualcosa di sontuoso, riservato a geni o alla vera e propria èlite della musica… Ma non sta solo in ciò il punto del nostro discorso: i supergruppi non vanno visti, o almeno in tutti i casi, come un semplice ampliamento (o parallelo) musicale ma, talvolta, come un significativo marchio lasciato nella storia della musica. Il supergruppo su cui si pone la nostra attenzione è quello dei Temple Of The Dog. Gli statunitensi, formatisi a Seattle nel 1990 e scioltisi due anni dopo, hanno rappresentato, pur nella brevità del loro periodo artistico, un cardine importantissimo nella storia della musica di fine secolo scorso: da una band nata per onorare un compagno di stanza (tragicamente morto) a un simbolo essenziale dell’alternative rock e del grunge, i Temple Of The Dog hanno avuto un ruolo importantissimo nella maturazione artistica dei Soundgarden e nella futura nascita dei Pearl Jam… ma andiamo, come di consueto, per ordine: come abbiamo accennato gli statunitensi si sono formati nel 1990, a seguito della morte, per overdose di eroina, di Andrew Wood, cantante dei Mother Love Bone. Ciò determina la fine del gruppo dello stesso, ma non solo: Chris Cornell, suo amico e compagno di stanza, decide di fondare un gruppo in suo onore. Nascono i Temple Of The Dog, il cui nome si ispira a una canzone dei Mother Love Bone stessi, Man of Golden Words. Andiamo subito alla formazione stessa degli statunitensi: a fianco di Chris Cornell, il frontman di quelli che sarebbero stati i successivi Pearl Jam (Eddie Vedder), Stone Gossard (chitarrista dei Mother Love Bone e poi dei Pearl Jam), Mike McCready (Pearl Jam), Jeff Ament (bassista prima dei Mother Love Bone e poi dei Pearl Jam) e Matt Cameron (batterista di Soundgarden e Pearl Jam). Alle canzoni iniziali che erano state scritte da Chris Cornell se ne aggiunsero altre, realizzate abbastanza velocemente dalla band stessa che non immaginava certo, in così poco tempo, di pubblicare, dopo un primo singolo, l’omonimo album nel 16 aprile del 1991. L’intento iniziale di Cornell, in effetti, era quello di registrare solo un singolo, ma le canzoni furono realizzate una dopo l’altra, un po’ per spirito di dedica, di quella dedica che rappresentava in toto l’intento per cui il supergruppo stesso era nato, sia per quella che era un’evidente complicità artistica tra i vari membri… e qui torniamo al punto iniziale del nostro discorso: il solo talento di tutti non sarebbe bastato a creare un prodotto così velocemente realizzato, eppure così ben strutturato concettualmente e musicalmente. Il primo e unico album in studio dei Temple Of The Dog è uno straordinario prodotto musicale, realizzato da chi fa della competenza il proprio mestiere, ma non possiamo immaginare che sia stata la sola artefice di un così bel lavoro. Conciliare diverse menti, per di più provenienti da schemi e meccanismi differenti, è un qualcosa di naturalmente difficile, ma che sembra essersi annullato nel caso specifico dei Temple Of The Dog, capaci di agire secondo un unicum musicale estraneo a ogni altro tipo di logica… e pensare che i Temple Of The Dog non ebbero molto successo nel loro periodo: anzi, senza mezzi termini, non ne ebbero per nulla. Per aspettare il giusto riconoscimento del lavoro degli statunitensi si dovrà aspettare gli anni d’oro dei Pearl Jam, in cui lo stesso Eddie Vedder si occupò personalmente di sottolineare da dove derivasse la sua maturità artistica e chi fosse il suo mentore. Furono scarsi sia i riscontri mediatici, sia i concerti – solo tre, compreso uno durante il festival di Lollapalooza, del 1992 – per i Temple Of The Dog, che non ebbero gran seguito neanche nelle loro esibizioni dal vivo. A proposito di concerti, però, proprio Vedder (quando era all’apice del suo successo con i Pearl Jam) durante un’esibizione dal vivo della band grunge chiamò sul palco Chris Cornell, evidenziando il buon rapporto di amicizia che legava i due ma non solo: quasi prostrandosi (metaforicamente parlando, s’intende), lo ritenne il suo mentore artistico. Quella tra i due, in effetti, non può limitarsi ad essere una sola amicizia, ma bisogna andare oltre il semplice legame affettivo per sottolineare quanto entrambi si completassero – incrementando il loro valore artistico – anche vocalmente: alla voce calda di Vedder si affiancava, infatti, quel grido graffiante di Cornell, in grado di creare delle stupende atmosfere musicali. I Temple Of The Dog rappresentano la quintessenza del grunge, secondo gli stessi contesti per cui il grunge è nato ed è sopravvissuto negli anni. Per capirlo al meglio non abbiamo bisogno di troppe prove a dimostrazione della nostra tesi: basti considerare un universo musicale in cui gli statunitensi non siano mai esistiti. Un universo in cui non solo i Pearl Jam probabilmente non sarebbero mai esistiti o i Soundgarden non avrebbero una tale maturità artistica, ma anche uno in cui un importante tassello della storia del grunge sarebbe inesistente. Ignoriamo gli eventi successivi, forse perché questa storia, come altre del genere, doveva finire lì per rimanere stagliata nella storia del musica. Quel che viene dopo non ci può conservare le persone e non ci può riportare a quei formidabili anni… se non per illusione digitale.

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