Television: “Marquee Moon” (1977) – di Lorenzo Scala

Alcuni dischi sembrano sbocciare, complice sicuramente un terreno fertile (New York) e una congiunzione temporale perfetta (metà anni settanta) come fiori eleganti dall’anima sfaccettata racchiusa in un caleidoscopio di suggestioni. Parliamo di “Marquee Moon” dei Television (Elektra 1977). Questo disco è uno scrigno che contiene un  turbine d’impressioni lunari, romanticismo scevro, nichilismo adornato da un linguaggio psichedelico e un estetica del suono che si eleva dal periodo che le fece da utero… una ricercatezza e un’ispirazione da esploratori dello spazio e del tempo, un approccio simile a quello dei Velvet Undergound. Questo è un disco che potrebbe benissimo essere scritto nel 2035, infatti mantiene insito nei cromosomi una matrice di modernità perpetua. Magari le capriole enfatiche di queste parole suoneranno altisonanti a chi non conosce questa band… chi invece ha assaporato la dolcezza acida dell’arrangiamento di Venus sa bene di cosa parliamo. La canzone contiene un sali e scendi d’umori, un testo che è un inno alla vita presa per quello che è: un’avventura fatta di scherzi nelle strade notturne, di dolore visto come elemento necessario da non enfatizzare (“sapevo che c’era dolore ma il dolore non fa male”) e visioni da ricercare (sono caduto proprio tra le braccia della Venere di Milo”). Il tutto condito da qualche droga presa così, per gioco. Il tappeto sonoro dell’album si srotola canzone dopo canzone, come un piccolo miracolo della musica. Richard Lloyd, Fred Smith, Bylli Ficca e il chitarrista e cantante icona della new wave, Tom Verlaine, proseguono senza indugi e inibizioni addentrandosi spediti nella loro festa personale di creatività. Il riff che fa da intro a Friction è dissonante e sghembo: sembra suonato al contrario da un alieno; il tono di Verlaine abbandona la sua dolcezza glaciale per tramutarsi in graffio sporco di punk; le parole non sono contenute da una struttura precisa, sembrano sgorgate spontanee da una sorgente di ispirazione momentanea, sono lì a rappresentare il gioco edonista di una poetica visionaria: “lo sai che sono pazzo di attrito, i miei occhi sono come telescopi”. La canzone che da il titolo all’album, Marquee moon, parte col suo inizio sincopato e volutamente claudicante… le note di Verlaine somigliano a schizzi su tela, singhiozzi che lasciano il passo a cori di meraviglia. Questo chitarrista, ex scaricatore di porto e commesso di libreria, ha avuto una relazione amorosa con Patti Smith che descrisse così le sue note: “Il suono della chitarra di Tom Verlaine fa pensare all’urlo di mille uccelli”. Nel cuore di questa canzone troviamo dei passaggi lirici pregni di un’epica sincera, nessun bisogno di edulcorare per ammaliare l’ascoltatore… piuttosto la necessità di guardarsi dentro con onestà: “stavo ascoltando la pioggia, stavo ascoltando qualcos’altro, la vita nell’alveare corrugò la mia notte, il bacio della morte, l’abbraccio di vita”. Le canzoni di questo album sono impronte sulla sabbia di un percorso esistenziale ed onirico, sono colme di entusiasmo ma anche di disillusione, comunicano un incanto amaro di sentimenti. Queste impronte non arretrano di un passo, continuano dritte, in diagonale, di lato, ma senza mai arretrare. l’incisione è un crescendo compatto di corrosiva bellezza: le nostre labbra sono sigillate, il nostro respiro è in fiamme” (Elevation). Tom Verlaine è sempre stato attratto dalla poesia decadente e si evince dallo pseudonimo che si è scelto. Non dimentichiamoci inoltre che questo musicista ha completamente reinventato un modo di suonare la chitarra, costruendo riff atipici vagamente jazzati e colmi d’influenze rivisitate; assoli sghembi e ipnotici, in un periodo storico in cui il punk sembrava voler mettere al bando ogni tipo di assolo. Questa sorta di recensione, più simile a un omaggio devoto a dire il vero, è veramente poca cosa. Nello scrivere ci sentiamo delle minuscole formiche che hanno avuto la fortuna di addentrarsi nei labirinti di una lucida e indisponente poesia, un ginepraio di sentieri infuocati, spicchi d’anime e suoni tanto levigati quanto spigolosi.

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