Tedio: “Flat Circle” (2020) – di Lorenzo Scala

Strange Days cantava Jim Morrison. In questi strani giorni, molti di voi forse mi capiranno, ho un rapporto conflittuale con tutto quello che concerne il mio modo di comunicare. Da un lato sono proteso verso la comunicazione attraverso la scrittura come mia consuetudine, dall’altro la necessità introspettiva mi porta ad allontanarmi dalle sponde del foglio, per rifugiarmi in un silenzio meditativo. Durante un pomeriggio abbastanza inutile, dove la riflessione aveva da poco lasciato il passo alla stagnazione di concetti vacui e fini a se stessi, mi è arrivato un messaggio da D.C. voce e chitarra dei Tedio (band di Rocca Priora composta inoltre da A.C. chitarra e basso e da S.G. batteria). Mi scrive avvisandomi che stanno lavorando a un EP di prossima uscita. Aggiunge inoltre: una canzone è già pronta e nonostante non faccia parte dell’ep in questione, i Tedio hanno deciso di lanciarla come apripista, una testa d’ariete dalle atmosfere a loro congeniali, un post-rock lisergico ed etereo che sfrutta un’alchimia di suggestioni in grado di incantare anche l’ascoltatore più distratto o scettico.
Scrivo questo perché sarò onesto intellettualmente, quando ho letto il messaggio che mi esortava ad ascoltare la canzone galleggiavo in una pozza di scazzo bella ampia. Quando ho premuto play per sentire questo brano dal titolo Flat Circle, l’ho fatto con un certo automatismo. Voi non potete vedermi ma vi assicuro che mentre scrivo un leggero ghigno s’è fatto strada sulla mia faccia. Già, perché nel giro di pochi secondi la melodia ipnotica mi ha trasportato in un loop di curiosità e attenzione, ho provato anche un certo brivido lo ammetto. Mi sono reso conto di quanto gli stimoli che ci piovono addosso, nonostante siano a volte troppi e invadenti, quando arrivano da artisti che hanno sviluppato nel tempo una certa maturità e consapevolezza, sono spesso in grado di resuscitare stati d’animo in putrefazione.
Dopo questa prima considerazione incentrata sul godimento che una canzone può dare nei momenti più inaspettati (forse una riflessione non originale ma credetemi, in questo istante avevo la necessità di metterla nero su bianco), ho pensato a quanto grottesca sia l’idea che questi musicisti non vengano considerati da alcuni produttori, come meriterebbero. Perché è innegabile, qualsiasi universo musicale ci appartenga, il loro suono risulta trasversale e in grado di attecchire sia se si ami la musica progressive, oppure il metal, il folk o il punk. La canzone in questione riesce a essere algida e struggente come se fosse partorita nel cuore di un ghiacciaio da un ventre bollente.
Queste sono le parole con cui la band ha deciso di accompagnarla: Flat Circle, canzone omaggio che esalta l’infinità circolare del tempo. Un eterno ritorno ma non in chiave negativa, visto che tutto è già avvenuto e destinato a ripetersi all’infinito suggerendo un atteggiamento passivo (l’eterno ritorno non è quindi una condanna all’eterna ripetizione), ma bensì la volontà d’azione nel cambiare questa ciclicità e rendere ogni azione eterna e durevole. Questa è la situazione in cui si trova l’umanità intera, a fronteggiare il principio dell’eterno ritorno. Insomma, capite quanto il lato concettuale, ispirato apertamente alla concezione del tempo elaborata da Friedrich Nietzsche, sia pregno della natura di questi giorni presenti e della situazione di svolta mondiale che stiamo attraversando con molti dubbi e perplessità. Questa canzone è un piccolo opale nero di inquietante bellezza. Un frutto necessario in questi giorni di cattività.

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