Tawhīd: “Live at Strike” (2019) – di Ignazio Gulotta

Appena inghiottito “Live at Strike” (Cultural Bridge 2019) dal lettore vieni avvolto dal canto lirico ed evocativo di Esharef Alì Maghag, musicista di origine libica che nel suo stile si ispira ai canti tradizionali della sua terra, mentre il gioco delle percussioni crea una suggestiva atmosfera e un andamento caracollante, confermando che stiamo viaggiando dalle parti del deserto sahariano. Una chitarra acida e un ritmo funkeggiante caratterizzano invece la seconda traccia, qui siamo su un terreno che, pur mantenendo elementi world e arabi in particolare, è più marcatamente fusion. Ecco, a grandi linee adesso siamo in grado di capire abbastanza verso quali territori musicali ci trasporteranno i Tawhīd… e allora, prima di inoltrarci nell’analisi del disco raccontiamo come nasce: è il vocalist Maghag a riunire intorno a sé il chitarrista Francesco Mascio, il bassista Paolo Maziotti e il percussionista Domenico Benvenuto, per una session di improvvisazione allo Strike di Roma, ma il risultato è stato così convincente che si è deciso di pubblicare le registrazioni che il fonico del locale aveva realizzato. Così il disco ha potuto vedere la luce e uscire per la Cultural Bridge, un’associazione che ha come finalità il creare attraverso la musica legami fra culture diverse. Il meticciato musicale è infatti elemento determinante di questo “Live in Strike”, lo percepiamo nell’approccio libero da steccati di genere che i musicisti hanno: nelle loro improvvisazioni possono così audacemente accostarsi a stili e tradizioni diverse. Musica araba, jazz, rock, fusion, blues, funk, etnica, interagiscono e si mescolano nelle varie tracce, dando vita a un universo sonoro variegato e accattivante.
Nuovo Sole è un lento crescendo emozionale con il canto evocativo, fra il tribale e il soul, ritmi frenetici e una chitarra che occhieggia al jazz, in Swhank il ritmo funk sincopato e astratto fa da base al solo di chitarra fuzz. Chinese Sunset ci sorprende con le sue atmosfere orientali, mentre Atabaeni ci riporta in una notte africana con il canto vertiginoso di Maghag. Il disco procede così, dodici le tracce per poco più di un’ora di musica in totale, fra virtuosismi vocali di impronta jazz, reggae rarefatti, ventosi paesaggi sahariani, groove afro, solo di chitarra, bassi funk. C’è una forte tensione spirituale che si affaccia qua e là fra le note come nell’inno alla pace, Al Salam… del resto la parola araba scelta dalla band – Tawhīd – indica l’unicità della divinità: siamo tutti figli dello stesso dio e la musica è un mezzo per convivere e scambiarsi le nostre esperienze tramite il dialogo fra gli strumenti imbastito in queste notturne jam.

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