Talking Heads: “Once In A Lifetime. The Best Of Talking Heads” (1992) – di Gianluca Chiovelli

Cosa dobbiamo, a quasi quarant’anni di distanza, ai Talking Heads? O, a seconda dei gusti, di quale colpa li vogliamo accusare? Quella di averci liberato dal rock, dai patemi del rock, dalle pastoie del luogo comune del rock. Ecco il cantante rock che avanza sulla scena, blatera, suda, urla – un Dioniso crocifisso che rende plastico il proprio dolore e il dolore del mondo; e il chitarrista che officia questo rituale sacrificio di morte e rinascita, davanti ai clangori della sezione ritmica; e tutti i parafernalia e il bric-à-brac connessi a tale messa in scena: le luci, i fumi, gli annunci roboanti, gli aizzamenti del pubblico – sempre meno pubblico e sempre più congregazione fanatica – e poi i bis, i tris, i karaoke, gli assoli, i ritornelli… David Byrne, Jerry Harrison, Tina Weymouth e Chris Frantz fanno retrocedere d’un colpo, sino al dejà vu, tutto questo (in alcuni casi lo rendono kitsch, improponibile): la loro musica è, invece, priva di pathos, asettica, bianca, ritmata sino al ballabile e alle fredde ingerenze world di I Zimbra e Remain In Light; nelle declinazioni della voce pacatamente lounge e schizoide di David Byrne (uno dei primi loro singoli a ottenere successo fu Psycho Killer: un caso?). Per operare tale rottura i Nostri si affidarono alla persona giusta: Brian Eno; e svernarono nella capitale del mondo, New York che, durante la no wave, di tale rottura sarà l’incubatrice, partorendo psicopatici in serie: Mars, Suicide, Arto Lindsay, DNA oltre alla Santa Giovanna D’Arco Dei Nichilisti No Wave: Lydia Lunch
Ai Talking Heads va, però, riconosciuto un ulteriore triplo merito (o demerito, a seconda dei gusti):

1. essere arrivati primi (i demos della CBS datano al 1975) mentre tutto il mondo si preparava, invece, al punk e all’hardcore: ovvero a quelle ultime, oblique reviviscenze della brutalità rock più sanguigna.
2. aver seppellito nella loro tana pure il maledettismo dei Velvet Underground che, dalla loro prospettiva gelida e distaccata, soffriva di un decadentismo estetizzante troppo marcato e, quindi, di un eccesso di passionalità e teatralità inaccettabili.
3. aver regolato i conti con la cultura degli anni Sessanta: pace, amore, libertà, droghe, psichedelia, contestazione, Woodstock.
I Talking Heads sono davvero una nuova ondata, definitiva; l’intellettuale New York, fuori sincrono, avanguardistica e cosmopolita, contro l’escapismo dei figli dei fiori
Alle calde e rassicuranti mattane del rock ‘n’ roll, incendiarie e travolgenti, esaltanti e risapute, i Talking Heads opposero una pop dance fintamente composta di quella calma inquietante che ghermisce un paziente sotto sedativo.

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