Tales of Joss Stone – di Mattia “Blackjack” Chiarella

Vegetariana, impegnata nel sociale e con una fedina penale immacolata. Così si presenta al pubblico internazionale Jocelyn Eve Stoker, in arte Joss Stone, nata a Dover (in Inghilterra) 30 anni fa. Una carriera musicale che ha inizio tra i banchi di scuola, nella contea di Devon, durante un recital scolastico. Qui, per la prima volta, esegue il bellissimo boogie di Jackie Wilson del 1957 Reet petite sotto gli occhi esterrefatti dei suoi genitori; sfortunatamente, sarà costretta a lasciare la scuola per un leggero problema di dislessia che, a quanto ci è dato vedere, non le ha impedito di intraprendere una gloriosa carriera artistica iniziata a soli 16 anni. Il debutto discografico di questo stupendo mezzosoprano avviene proprio nel 2003, periodo preceduto da un biennio nel quale la scopriamo protagonista in contest sia radiofonici che televisivi, le cui performance catturano l’attenzione di Steve Greenberg, amministratore delegato della S-Curve Records che la definisce “la più bella voce del Paese”. Proprio grazie a al discografico Joss riesce ad ottenere le prime audizioni negli Stati Uniti. A New York, nel 2002, si esibisce eseguendo brani di Gladys Knight, Otis Redding ed Aretha Franklin: pochi pezzi per convincere il patron dell’etichetta a scritturarla in maniera ufficiale. Continui viaggi tra Miami e Philadelphia portano Joss Stone ad incidere il suo primo album prodotto dallo stesso Greenberg insieme a Mike Mangini (batterista dei Dream Theatre) e alla Soul singer Betty Wright. Il disco, “The Soul sessions”, è un insieme di tributi ad artisti molto noti e di generi molto diversi tra loro, tutti rivisti in chiave Rhythm and Blues e Soul, e vedrà la luce nel settembre 2003, trasformandosi subito in un grande successo in patria. L’anno successivo, infatti, l’album le varrà una nomination allo HYUNDAI Mercury Prize, per il miglior album britannico; e un’altra ai MOBO Awards. Dicevamo di “The Soul sessions”: al suo interno, tra le altre, rivisitazioni di brani poco noti dei White Stripes, di Aretha Franklin e di Laura Lee. Sin dagli anni 90, particolare “vizietto” dei produttori britannici è stato quello di creare versioni “speciali” di album da distribuire solamente in certe nazioni. Nell’edizione giapponese del disco, ad esempio, troviamo la traccia extra The player (cover del noto singolo R&B del 1974 delle First Choice) mentre in quella francese è allegato addirittura un DVD contenente i video dei tre singoli estratti: Fell in love with a boy (cover del brano dei White Stripes) Fell in love with a girl e Super duper love (rivisitazione del brano di Willie Garner del 1974) e di due performance dal vivo. Questa particolare formula discografica, verrà utilizzata anche per il resto della sua discografia. Passa giusto un anno e a fine 2004 esce il primo album di inediti “Mind, body & Soul”, progetto nel quale è contenuto il brano che ancora oggi, a nostro avviso, la rappresenta di più: You had me. Questo è un passaggio molto importante per la sua carriera artistica che la vede impegnata su diversi fronti: si esibisce al Divas Live 2004, concerto benefico organizzato dall’emittente televisiva VH1 ed al Band Aid 20 di Bob Geldof; oltre al programma televisivo Austin City Limits. Non solo: è questo il periodo della sua partecipazione all’Oprah Winfrey Show e della comparsa sulle copertine di Rolling Stone, Vanity Fair ed Elle. La notorietà non grava affatto sulle spalle di Joss Stone, che continua la propria ricerca della felicità. Suo il Grammy Award del 2007, per l’esecuzione in trio con Van Hunt e John Legend della cover di Sly Stone, Family affair. A questo punto, fiumi d’inchiostro si potrebbero consumare per descrivere le attività collaterali della cantante britannica. Dal 2005 al 2010 è protagonista in diversi film e telefilm di grande successo quali “The Tudors”, “Eragon” ed “American dreams”, e presta la voce al suo personaggio nella serie d’animazione “American Dad”. Torniamo alla musica in senso stretto: “Introducing Joss Stone” del 2007 è, a detta dell’artista, l’album che più mi rappresenta. L’incisione e composta da quattordici brani che registra in collaborazione con musicisti di grandissimo spessore quali, tra gli altri, Raphael Saadiq ed il rapper Alonzo “Novel” Stevenson, dalla quale usciranno tre singoli ancora oggi molto quotati: Tell me ‘bout it, Tell me what we’re gonna do now e Baby baby baby. Incide per Virgin Records restando pur sempre sotto contratto con la EMI, sodalizio destinato a durare molto poco: si scontra con l’etichetta e avvia una dura battaglia legale che riassumerà nel singolo Free me, contenuto nell’album “Colour me free!” del 2009. Da artista indipendente Joss pubblica quattro album, due dei quali (gli ultimi del 2012 e del 2015) in collaborazione con l’etichetta discografica che l’ha lanciata. Se in “LP1” del 2011 resta (ancora una volta) protagonista assoluta con una serie di concerti da tutto esaurito in giro per il mondo, “SuperHeavy” dello stesso anno la vede componente di un “supergruppo” composto da veri e propri mostri sacri della musica internazionale quali Mick Jagger, Damian Marley (figlio di Bob) e l’ex-Eurythmics Dave Stuart. In questo periodo Joss Stone si trova coinvolta in una situazione tutt’altro che piacevole: due suoi connazionali vengono, infatti, processati con l’accusa di essersi introdotti in casa sua per derubarla e procurarle gravi lesioni personali. Questo non ferma però gli impegni della cantante britannica che, nel frattempo, sceglie di affiancare Daniel Craig nel doppiaggio di un celebre videogioco della serie dedicata al noto Agente 007 nato dalla penna di Ian Fleming dal titolo “James Bond: blood stone” per il quale inciderà anche il tema musicale. Nel 2012 l’Artista ritorna alle origini. In viaggio tra le città di New York e Nashville, registra undici cover che comporranno il sequel del suo primo album e, a seguire, annuncia l’uscita di “The Soul sessions vol. 2” che ripercorre le orme dell’esordio, conducendo l’ascoltatore in un viaggio composto da brani sempre poco conosciuti del panorama Soul e Blues. Nell’estate 2015 arriva “Water for your Soul”, prodotto, tra gli altri, dalla sua etichetta (la “Stone’d Records”) e da Damian Marley. Nel disco torna ad incidere quattordici brani di propria composizione e, senza abbandonare l’impronta Soul, aggiunge elementi Reggae e Rap che non fanno altro che impreziosire un album molto gradevole. Alla fine dello scorso anno Joss Stone è testimonial e madrina della campagna contro il maltrattamento degli animali lanciata dal PETA (People for Ethical Treatment of Animals), confermandosi così artista molto amata sia dal pubblico che dalla critica.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *