Tales of Gentle Giant – di Maurizio Garatti

Il “Gigante Gentile” è universalmente riconosciuto come uno dei monoliti del Rock Progressivo e, nonostante siano ormai passati molti anni dal suo esordio, non ha perso nulla in termini di appeal; le sue opere continuano imperterrite a essere ristampate, riscontrando sempre e comunque un buon interesse da parte del pubblico. Questo significa che il naturale rinnovamento dei fruitori non influisce più di tanto sulle vendite degli Album. In altre parole: i Gentle Giant continuano a piacere, anche agli ascoltatori più giovani, quelli che non hanno condiviso con loro la stagione d’oro del Prog. Come il filo di Arianna, la Band dei fratelli Shulman porta, oggi come ieri, gli ascoltatori in un universo incantato e complesso, dove convivono fondendosi Avanguardia, Jazz, Folk Medioevale e Hard Rock, riuscendo nel difficile compito di accomunare navigati ascoltatori con sessanta primavere alle spalle, e giovani virgulti che invece a malapena ne hanno una ventina; una anomalia che trova il suo perché nelle intriganti architetture sonore composte dal “Gigante Gentile”, avulse a qualsiasi tipo di schema e in grado di garantire tutt’ora una esperienza sonora fuori dall’ordinario. Poche Band hanno saputo incarnare lo spirito più puro del Movimento progressive e, una di queste è sicuramente quella di cui ci apprestiamo a tracciare un breve biografia che permetta a neofiti e vecchi cultori di assaggiare ancora i loro frutti. Va senz’altro riconosciuta loro la capacità di non adagiarsi, almeno nel primo periodo, in quel formalismo dogmatico che spesso contraddistingue molti gruppi di questa corrente musicale. Nonostante il fatto che la classificazione Progressive sia riconducibile a un mondo sonoro dove nulla appare scontato, è doveroso ammettere che spesso questa definizione lega in qualche modo molte Band, finendo per limitarne il potenziale e costringendole in una sorta di gabbia dorata per certi versi molto formale. I Gentle Giant appaiono diversi, e le ragioni di questa incontrovertibile verità sono molteplici. La nascita della Band risale al 1970, anno nel quale Derek, Phil e Ray Shulman sciolgono il precedente gruppo, ossia i Simon Dupree And The Big Sound, e danno appunto vita ai Gentle Giant. A loro si uniscono Gary Green e Kerry Minnear, a formare un quintetto inusuale e decisamente anticonformista. La musica di quel particolare periodo, ancora non la chiamavamo Progressive ed era già ricca di soluzioni sonore all’avanguardia: basti pensare a Band come Van Der Graaf Generators o King Crimson, per rendersi conto della complessità delle partiture sonore a cui il Rock era giunto… tuttavia, un’architettura musicale come quella proposta dai Gentle Giant, risultava, da subito, ancora più innovativa. I fratelli Shulman spostano l’asticella ancora più in alto, e provano a volare oltre i limiti consentiti dalla gravità. La sovrapposizione delle linee armoniche, unita al corposo utilizzo di molti strumenti, crea un insieme sonoro subito identificabile, diverso da tutto ciò che già è presente nel pur vasto panorama musicale esistente. Le dissonanze vengono utilizzate in modo massiccio, e il ricorso alla forma musicale della fuga crea un composto surreale eppure perfettamente logico. L’intreccio di molti temi musicali diversi, spesso divergenti, denota una creatività fuori dal comune, unita a una padronanza degli strumenti veramente notevole. La linea melodica di stampo classico è solo la trama del tessuto sonoro, sulla quale vengono posti riff di chitarra che profumano di Hard Rock, stemperati però dalla particolarmente complessa polifonia delle armonie vocali. Proprio come si usa fare nelle partiture di Musica Classica… è il contrappunto lo strumento che consente al gruppo di espandere la propria scrittura, arrivando a vertici ancora ineguagliati. Il pregio e il grande limite, della Band sta proprio qui; il pubblico meno attento, seppur voglioso di “Musica Colta” apprezza ma, spesso passa oltre, lasciando questi fantastici Artisti in una sorta di limbo musicale; nonostante venga loro riconosciuto lo status di “Grandi”, le vendite dei loro Album non raggiungeranno mai le vette di altri giganti del periodo. La loro fama non varcherà mai l’oceano, almeno fino al 1974, anno di “The Power And The Glory”, album che spiazzerà non poco i vecchi fans ma che aprirà loro le porte del mercato Americano. Neppure in patria furono veramente mai apprezzati, fu il resto d’Europa, Italia in primis, a decriptare la magia della loro musica, fruendone appieno. Già dall’esordio, con l’Album omonimo del 1970, è subito chiaro che il Gruppo ha le carte in regola per diventare uno dei capisaldi del neonato Movimento Prog. Sicuramente il disco è un po’ grezzo, almeno in chiave Progressiva, tuttavia può tranquillamente essere considerato il simbolo dell’evoluzione della Musica Rock. In esso troviamo i ritmi del Rock ‘n’ Roll, e le venature psichedeliche del decennio passato, ma le linee melodiche classiche e alcune trasgressioni lasciano già intravedere il futuro: il Rock si guarda allo specchio, e decide che l’immagine che questo rimanda non è conforme ai tumulti emotivi del nuovo decennio. Le pulsioni giovanili che hanno portato alla formazione delle Garage Band, e il conseguente sviluppo della Psichedelia non sono ormai sufficienti ad esteriorizzare il groviglio interiore provocato dal turbine di cambiamenti a cui mondo è sottoposto. La Controcultura ha portato in dote la consapevolezza di poter essere parte attiva della storia, e la musica che scaturisce da questa presa di coscienza è qualcosa di diverso. Abbandonate l’immediatezza e la tipica irruenza dei Sixties, i nuovi gruppi cercano suoni più articolati e complessi; attraverso una sempre più elaborata ricerca sonora si tenta di dar voce alla parte più profonda dell’Anima. Dopo aver liberato con una esplosione di suoni e colori la voglia di dimostrare a tutti, sopratutto a se stessi, che essere giovani e avere il futuro in mano è un fatto che il mondo deve accettare… ecco arrivato il momento della riflessione che lascia trapelare gli strati più profondi dell’essere umano e quindi dell’artista. La musica si evolve di conseguenza e, anche se i ruggiti della chitarra di Hendrix sono ancora lì dietro l’angolo, ecco balenare una nuova ipotesi artistica, più consona agli stati d’amimo attuali. Con la pubblicazione di “In The Court Of The Crimson King” (1969) e la relativa scoperta del gradimento dei giovani, alle Band si apre un nuovo mondo tutto da esplorare, forse addirittura da costruire. Comprendere che le sensazioni provate sono le stesse che agitano lo spirito del pubblico, e che le nuove vie melodiche hanno anche un chiaro riscontro commerciale, fa si che molti musicisti rompano gli indugi e propongano l’essenza della loro anima: è il momento più alto e puro del Prog, non ancora contaminato dalla necessità di dover sempre e comunque raggiungere risultati economici molto alti. Tutto questo è ben rappresentato dall’esordio del “Gigante Gentile” e lascia presagire sviluppi ben più interessanti. In effetti, con “Aquiring The Taste”, uscito nel 1971, il fenomeno Gentle Giant si materializza sui piatti di tutti gli appassionati. L’Album definisce perfettamente la Band, con la sua ben dosata miscela di Musica Medievale, Jazz, Classica e Hard Rock. L’alchimia sonora si manifesta in tutta la sua spettacolare proiezione sensoriale, coinvolgendo l’ascoltatore in un turbine perfettamente logico e coerente, seppur decisamente inaspettato. Assieme ai colleghi Van Der Graaf Generator i Gentle Giant ridefiniscono il neonato mondo Progressive, dimostrando con i fatti che siamo in presenza di un vero e proprio “Work in Progress”. L’evoluzione continua è la caratteristica principale del nuovo corso del Rock e, brani come l’inziale Pantagruel’s Nativity e l’acustica The Moon Is Down, sono la conferma che il trend sonoro della Band è un gorgo che risucchia stili musicali differenti. Pagando il giusto pegno ai King Crimson, la Band costruisce il primo pezzo di quel muro che si rivelerà in seguito essere anche un limite tra loro e il pubblico. Il terzo Album, “Three Friends” del 1972, amplifica ulteriormente tutto quanto detto finora, raccontando una nuova avventura nella quale l’insieme di molte melodie diverse che si alternano in continuazione, stupisce per la ricercata perfezione sonora raggiunta. L’ascolto del disco è, ancora oggi, una esperienza sonora difficilmente catalogabile: le repentine interruzioni delle delicate linee armoniche, che lasciano spazio a digressioni decisamente più Hard Rock, creano una suggestione nuova e ancora non sperimentata. Il riff di Peel The Paint è esplicativo in questo senso e chiarisce le idee molto più di mille parole, regalando al Prog uno dei brani più eccitanti in assoluto della sua storia. “Three Friends” è il disco che li consacra a tutti gli effetti Band di culto, molto apprezzato dai fans ma che, tuttavia, non apre loro nuove vie di vendita. Lo stesso anno esce “Octopus”, disco nel quale il grande talento del gruppo emerge in modo plateale: la sperimentazione continua raggiunge vette inaspettate e l’album diventa il vero e proprio manifesto della Band, passando alla storia come uno dei must dell’era Progressive. Parte del merito va anche alla strepitosa copertina creata da Roger Dean (per la versione Europea, quella Americana venne affidata a Charles White). In realtà siamo al cospetto del classico disco dove tutto funziona alla perfezione; sono sufficienti i quattro minuti di Knots per rendersene conto: ispirata dall’omonimo libro dello psichiatra scozzese R.D. Laing, è un brano affascinante, intrecciato e complesso, nel quale risulta palese l’immenso talento che sta dietro ai musicisti. Finalmente i Gentle Giant tolgono il piede dal freno, e lasciano che il loro motore esprima tutto il suo potenziale. “Octopus” è la sintesi di tutto il mondo artistico dei Gigante Gentile, condensata in due facciate che raccontano una storia musicale i cui fili si riannodano e si sciolgono in mille percorsi diversi; se dovete scegliere da dove iniziare la vostra avventura nel loro mondo, ecco il vostro punto di partenza ideale. Nel 1973 esce “In A Glass House”, che vede l’abbandono di Philip Shulman e un maggior utilizzo delle doti di polistrumentista di ciascun musicista; la musica si fa più barocca e, se possibile, diventa ancora più elaborata, come se l’evoluzione della specie abbia infine prodotto un ibrido che continua a stupire per inventiva e qualità; ne è palese esempio la title track, nella quale l’utilizzo degli archi pone maggior risalto sulla sofisticata percezione sonora che agita i singoli componenti del gruppo. Da quì in poi però, inizia un’altra storia: forse stanchi di raccogliere molto meno di quanto seminato, i Gentle Giant virano verso un approccio più Hard e commerciale, conquistando come già accennato, il mercato Americano, ma finendo per perdere la loro vera anima, disperdendosi infine nel tranquillo e molto navigato mare della banalità. Quello che resta è comunque un patrimonio prezioso, che ha influenzato moltissimi gruppi, a partire dai nostrani Premiata Forneria Marconi e Banco Del Mutuo Soccorso, abili a recepire il meglio di una Band che è stata capace di stilizzare un mondo che già di per sé appariva irrealmente perfetto. Avvicinarsi oggi al mondo del “Gigante Gentile” e ripercorrere i sentieri da Lui tracciati, significa ritornare nell’universo primordiale del Progressive, molto vicino al punto zero, a quel Big Bang” che ha prodotto una miriade di galassie nelle quali per anni abbiamo navigato, senza mai riuscire a percepirne realmente la grandezza.

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3 pensieri riguardo “Tales of Gentle Giant – di Maurizio Garatti

  • settembre 12, 2018 in 11:55 pm
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    Si fondamentalmente concordo, ma i Gentle Giant sforneranno ancora tre album sicuramente alla pari con “in a glass house” che molti ritengono sia il reale capolavoro del gruppo: in soldoni il gigante gentile ha sfornato sette capolavori… il crollo verticale, inaspettato e per certi versi catastrofico avviene con “the missing Pieces” e soprattutto con i due seguenti album che non sono solo orrendi a livello concettuale, distanti anni luce da sperimentazioni e magie, ma anche suonati incredibilmente in maniera sciatta come se il nuovo corso fosse stato imboccato assolutamente per inerzia e non per volere.

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    • settembre 13, 2018 in 1:25 pm
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      buongiorno Mauro… personalmente anch’io penso che “in a glass house” sia un capolavoro assoluto… non solo della Band… ma insomma questo di Maurizio Garatti è un articolo… una storia che continua… magari, se non hai impegni, potresti farci su un pezzo tu… se ti garba contattami… grazie del commento
      Benito Mascitti direttore responsabile

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  • settembre 13, 2018 in 1:46 pm
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    ps. “in a glass house” Mauro… mi ha riportato ai miei 13 anni o giù di lì… ero puro e non avrei mai rubato… fatto sta che una notte capitai a casa di un amico ricco che dava una festa sconvolgente… beh mi venne tra le mani il disco… una folgorazione già dalla copertina… lo appoggiai sul piatto e…… una magia… avanguardia vera per quei tempi… sintesi di tutta la sperimentazione di molti periodi… pochi dischi mi hanno dato le emozioni di “in a glass house”… “Tarkus” forse e pochi altri… ma qua non è una questione di prog… esistono la musica bella e quella brutta… tutto il resto sono chiacchiere 🙂
    quel disco quella notte lo rubai, confesso… poi però me lo rubarono di contrappasso e oggi mi devo accontentare di una ristampa senza la finestra trasparente della cover originale.

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