Takeshi Kitano: “Outrage Coda” (2017) – di Massimiliano Speri

Povero Takeshi. Ci ha provato davvero in tutti i modi a smarcarsi dal genere cinematografico che lo ha reso celebre, pur di non sentirsi più affibbiare l’etichetta di “regista violento” (un po’ come, agli esordi, si impegnò a dissacrare la propria consolidata fama di cabarettista televisivo): ma alla fine, rieccolo qua a cantare le gesta  dei suoi amati/odiati pistoleri in giacca e cravatta. Vale la pena di ripercorrere le tappe di questo curioso duello con se stesso. Licenziato “Brother” (2000, prima produzione extra-nipponica), che lo riportava sui suoi passi dopo l’irresistibile parentesi agrodolce de “L’Estate di Kikujiro” (1999), la decisione di chiudere con gli yakuza-eiga pareva categorica, aprendo una nuova stagione di sperimentazioni: l’algida teatralità di “Dolls” (2002), il cappa e spada atipico di “Zatoichi” (2003), le deliranti (e amabilmente autoironiche) meta-satire di “Takeshis’” (2005) e “Glory To The Filmmaker!” (2007) e, infine, l’apologo morale di “Achille e la Tartaruga” (2008), che riflettendo sul mestiere dell’artista forniva l’occasione per fare i conti con se stesso. Intendiamoci, nessuno dei film citati (peraltro diversissimi tra loro) può essere certo considerato un passo falso: ad averne, di questa abilità nel destreggiarsi su ring tanto differenti rimanendo fedeli al proprio stile di combattimento. Eppure, la sensazione che Kitano non fosse del tutto sincero, quasi tentasse a tavolino di misurarsi con strade non battute in precedenza, frenava un po’ l’immedesimazione: qualcosa mancava per sentirli non solo “suoi”, ma anche “nostri”. Qualcosa che, per anni, ne ha offuscato l’immagine anche in ambito festivaliero, in cui il Nostro è sempre stato un intoccabile tra i più venerati. Sarà per questo che, quando nel 2010 è spuntato fuori “Outrage”, seguito due anni dopo dal più meditato e meditativo “Outrage Beyond”, pochi hanno avuto da ridire, salutando con entusiasmo il ritorno del sanguinario figliol prodigo. D’altronde, è forse un peccato capitale volersi dedicare a ciò in cui si condensa maggiormente il proprio talento, e in cui si è universalmente considerati dei maestri? Certo che no, e pertanto non possiamo che accogliere con il massimo rispetto questo ultimo capitolo della trilogia, ennesima dimostrazione della versatile e inconfondibile pasta kitanianaL’oltraggio del titolo è tanto il motore dell’azione quanto il senso ultimo del film: la pedina urtata (poco importa se volontariamente o per errore) all’origine di un effetto domino fuori controllo e dalle conseguenze terribili, macchia indelebile che rompe l’equilibrio artificiale e scatena un turbine di vendette incrociate, le “catene della colpa” di tourneuriana memoria tanto care al miglior cinema noir (e western, perché in certe opere i due linguaggi sono sempre intrecciati). Il sangue va lavato col sangue, ma la matematica mafiosa non contempla equivalenze secche e non basta certo un semplice regolamento di conti per placare la sete di morte (“Non credere che tutto sia a posto solo perché hai pagato”, dice Otomo/Kitano al suo giovane collega). Per espiare i propri peccati, l’unica strada praticabile è il il suicidio, ultimo gesto di responsabilità rimasto in un mondo deviato dove la parola “onore” è sinonimo solo di reputazione da ostentare e fedeltà codina ai propri superiori, accettato con serenità in quanto via d’uscita da una situazione insostenibile e atto concreto per riportare un po’ d’ordine. Ma non vi è (più) nulla di eroico nel sacrificio: nel deragliato Giappone contemporaneo non c’è posto per i samurai (neanche per quelli di Melville). Né c’è spazio, in questo mosaico di solitudini che lottano per sopravvivere fottendosi a vicenda, per uno dei pochi sentimenti nobili che in certe situazioni paiono resistere alla disumanizzazione, quell’amicizia virile da sempre esaltata da certo cinema al maschile. Kitano parla della yakuza, della società nipponica, della natura umana, e non fa sconti a nessuno. Detesta i suoi personaggi (a partire dal proprio), e non ci prova neanche a renderli simpatici o anche solo redimibili. Mai, in tutta la sua filmografia, il tasso di sgradevolezza era schizzato a livelli così urticanti. E’ un film politico, nella misura in cui l’anarchia malavitosa e quella capitalista coincidono: le faide tra famiglie paiono tanto lotte commerciali tra aziende concorrenti, i lacchè dei capi miserabili arrampicatori sociali, e a muovere i fili è sempre e solo il denaro. Non manca nemmeno una feroce accusa ad una polizia corrotta e smidollata, timorosa di intromettersi ma sotto sotto anche confidente nella dottrina del “meglio che si ammazzino tra di loro”, sotto i cui occhi conniventi si compiono indisturbate le più turpi efferatezze. E’ un mondo di uomini mediocri e volgari, ridicoli nel loro stantio yuppismo (completi tirati a lucido, arredamenti pacchiani, auto sgargianti), aggrappati al miserabile ruolo gerarchico che costituisce l’unica àncora per la loro non pervenuta identità, violenti senza pietà e senza ragione con chiunque sia loro sottoposto. Le donne, vittime senza voce relegate sullo sfondo, appaiono le uniche figure vagamente positive (o quantomeno non malefiche) in un affresco umano in cui nessuno si salva, ma la loro sottomissione è tale da ridurle all’impotenza più totale. A destabilizzare non è tanto la violenza fisica quanto quella verbale, compressa in un turpiloquio serrato e in una selvaggia interazione tra i personaggi, un esasperante urlarsi a vicenda atrocità irriferibili, il più delle volte senza alcun reale motivo. L’orrore passa anche e soprattutto attraverso il sonoro, con il silenzio frantumato da colpi di pistola mixati ad un volume volutamente esagerato, per caricare ogni pallottola del significato che le scene di azione ben congegnate (memorabile la sparatoria stile Peckinpah durante la festa) spesso fanno dimenticare. Altrettanto funzionali le musiche, un commento freddo e distaccato che, se possibile, rende tutto ancora più allucinante. Come sempre, l’altra faccia delle sequenze violente sono gli irreali momenti di stasi, come le scene di pesca (il mare, ancora lui, vero leitmotiv della sua filmografia e un po’ di tutta la cultura giapponese) in cui il tempo sembra fermarsi e i problemi dissolversi. Mancano quasi del tutto, invece, gli inserti comico-grotteschi che pure fanno la cifra dell’autore: evidentemente, la faccenda è così tragica che non è ammesso scherzarci su. E’ il suo film più inseribile nei canoni del cinema di genere, mai così congruente con stilemi e tematiche del filone gangster: e per un personaggio così inafferrabile e imprevedibile, essere convenzionale vuol dire continuare a sperimentare. Asciutto e potente, “Outrage Coda” è il rabbioso grido di dolore, per nulla poetico o estetizzante, di un autore che ha fatto della riflessione sull’infelicità la propria missione artistica. Bentornato, Takeshi.

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