Taj Mahal: “The Natch’l Blues” (1968) – di Maurizio Celloni

Fu in una notte dell’estate dell’anno 2005 che ebbi il piacere di partecipare ad un concerto di Taj Mahal nell’ambito della rassegna Delta Blues di Rovigo e ne valse la pena: uscì dalle quinte, dietro il palco, diffondendo da subito un magnetismo folgorante, sottolineato dagli occhi che roteavano all’intorno, osservando intensamente il pubblico con un guizzo di ironia. La sua figura imponente, coperta da una enorme e vivacissima camicia hawaiana, riempì la scena e tutti noi spettatori, in preda ad una sorta di ipnosi collettiva, rimanemmo estasiati fin dai primi tocchi alle corde della sua National. La mia conoscenza del dottore in scienze agricole e zootecnia Henry Saint Clair Fredericks, noto come Taj Mahal, avvenne quando brother Jake uscito di prigione, sale sulla blues mobile guidata da brother Elwood sulle note una straordinaria musica: She Caught The Katy And Left Me A Mule To Ride. Fui rapito da quel suono sincopato, dalla voce nera e potente, perfetto viatico musicale alla libertà riacquistata da Jake e rampa di lancio verso le straordinarie avventure de “The Blues Brothers” (1980). È stata, quindi, una ovvia conseguenza la ricerca dei lavori discografici del Nostro, proprio a partire dal vinile che conteneva quel brano: “The Natch’l Blues”, uscito per la Columbia Records il 23 dicembre 1968, secondo album solista di Taj Mahal.
Dieci tracce, fortemente influenzate dallo stile chicagoano, ma rese personali dalla ricerca di sonorità più ampie, influenzate dalla tradizione del Delta fino alla musica hawaiana, contaminazioni che contraddistinguono il lavoro originale di Taj Mahal, fino all’approdo alle fonti della tradizione africana che lo porterà ad incidere negli anni seguenti con alcuni musicisti del continente da cui originariamente provengono i neri americani. La scrittura dei brani originali e gli arrangiamenti dei traditional non sono mai banali e determinano nell’ascoltatore un senso di piacevole sorpresa, stupore e gusto nel seguire la rotta tracciata dai solchi nei quali è immersa la puntina del piatto. Si inizia con Good Morning Miss Brown, brano originale, costruito su un delizioso contrappunto di basso e batteria con la National in evidenza. Il testo narra di una conversazione tra il musicista e Mama Brown sulle giornate passate nel Delta, i malanni fisici e i conigli che corrono veloci portando altrove quel sentimento blues che tanto immalinconisce i due interlocutori. Il secondo pezzo, Corinna, è un celebre traditional, accreditato a Bo Carter (1928), ma riarrangiato dal Nostro, in modo da renderlo quasi personale ed uno dei suoi cavalli di battaglia, più volte riproposto.
I Ain’t Gonna Let Nobody Steal My Jellyroll, altro brano originale, dall’incedere sincopato in linea col tema del testo, di protesta (torna ai tempi di Henry Brown baby) ma dai contenuti sessuali espliciti (nessuna potrà mai sottrarmi la mia jellyroll-gelatina), nella pura tradizione del Delta e degli spettacoli ambulantiminstrels show – dei primi anni del secolo scorso. La quarta traccia, Going Up To The Country, Paint My Mailbox Blue, rappresenta il desiderio dell’autore al ritorno in campagna (mi sposterò in campagna, dipingi di blu la mia casella di posta, mettici sopra dei fiori, baby), desiderio molto sentito da Taj Mahal che nella vita ha anche gestito un’azienda agricola. Nel pezzo i fraseggi dell’armonica rendono morbido il ritmo incessante imposto dal basso e dalla batteria. La facciata A del vinile si chiude con Done Changed My Way Of Living. Il brano, che esce dalla penna di Taj Mahal, ha la classica forma del blues “call and response”. L’io “cantante” si dispera perché non ha avuto la forza di cambiare vita e la sua ragazza, per questo motivo, se n’è andata. La traccia presenta la slide National in evidenza e un piacevole medio tempo in levare.
Il lato B inizia con l’iconica She Caught The Katy And Left Me A Mule To Ride, pezzo originale firmato da Taj Mahal e dal mandolinista Yank Rachell. Canzone d’amore, ambientata nel Midwest e Texas, luoghi attraversati da “The Katy”, una linea ferroviaria. Il brano, come già ricordato, è uno dei più rappresentativi della colonna sonora del film “The Blues Brothers” del regista John Landis, uscito nelle sale nel corso del 1980. L’incedere lento con basso e armonica in bella evidenza racchiude in sé l’essenza del blues nel corso della migrazione tra le vaste pianure del Delta e le caotiche città industriali del nord degli States. Va citato al pianoforte Al Kooper, uno dei migliori alfieri delle tastiere applicate al blues. Il successivo brano traditional riarrangiato, The Cuckoo, è un altro straordinario esempio di blues che anticipa lo stile delle blues band bianche, che contribuirono alla conoscenza degli stilemi della “musica del diavolo” i giovani degli anni 70/80 del secolo scorso. La chitarra che si fonde armonicamente con la voce è quanto di più tradizionale e, al contempo, moderno nella storia del blues. Brano da ascoltare e riascoltare. 
Il disco continua con una bella romantica ballata soul blues dal titolo You Don’t Miss Your Water (‘Til Your Well Runs Dry), composta da William Bell, Jim Wilson, Marcus Blake e Jason Mckenroth nel 1961. Si tratta di un bella riproposizione struggente, di una composizione della tradizione a “Stelle e Strisce”. Il lato B finisce con A Lot Of Love, un brano scritto da Homer Banks e Dean Parker nel 1966, grintosa e degna conclusione di un album godibile e ancora fresco nel suono. Questo secondo album di Taj Mahal, dagli arrangiamenti e strumentazione più “elettrica” del suo primo lavoro solista, “Taj Mahal”, pubblicato nello stesso anno, ha indicato la strada poi percorsa nel corso degli oltre 50 anni della sua importante carriera musicale, nella costante ricerca di un suono personale, traendo la linfa compositiva dal tesoro lasciato da migliaia di musicisti, più o meno conosciuti, che hanno scritto e interpretato pagine memorabili della musica, dal 1900 ai nostri giorni. In fondo, come l’amico d’avventure degli esordi Ryland Cooder usava dire, tutto è già stato scritto e suonato… ma questa è una storia che racconteremo più avanti.

Taj Mahal: harp and Miss National”, steel-bodied guitar, vocals;
Jesse Edwin Davis: guitar, piano and brass arrangements;
Gary Gilmore: bass; Chuck Blackwell: drums;
Al Kooper: piano; Earl Palmer: drums.

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