T-Bone Walker: il Blues… e il Rock’n’Roll – di Gabriele Peritore

Se il Blues è così come lo conosciamo adesso, un genere che attraverso la sua struttura musicale può esprimere il lamento profondo dell’anima e, allo stesso tempo, è in grado di intrattenere ipnotizzando con il giro di basso e mettendo voglia di dimenarsi in balli sensuali; e poi ancora di esprimere il talento virtuoso dei musicisti che grazie al largo spazio di improvvisazione possono sbizzarrirsi al meglio ammaliando con il loro linguaggio creativo, probabilmente, gran parte del merito è di artisti come T-Bone Walker, che ha saputo sintetizzare le lezioni di Maestri come Blind Lemon Jefferson (di cui è stato allievo in adolescenza) Lonnie Johnson o Meade Lux Lewis, contaminandole con le sonorità provenienti dalla contea di Los Angeles e tra i primi ad elettrificare il suono della chitarra. Così, se B.B. King o Muddy Waters hanno potuto sviluppare il loro stile alla sei corde, polposo e vellutato, lo devono anche ai fraseggi veloci, elettrici e densi di T-Bone. Lo stesso si può dire di Jimi Hendrix che struttura la tecnica sensuale, potente e acrobatica emulando i funambolismi propri di Walker e, al culmine dell’esibizione; portava la chitarra dietro la nuca, con le gambe in spaccata, non sbagliando un accordo o usava tutto quello che gli passava tra le mani, una bottiglia, un accendino, la cinghia di una cintura, facendolo planare sulle corde come una tavola da surf sulle onde, senza perdere mai la qualità espressiva. Aaron Thibeaux (T-Bone) Walker nasce da genitori musicisti, sangue misto di padre afroamericano e madre Cherokee, cresce tra gli strumenti come fossero giocattoli. A dieci anni sa già suonare quasi tutto. A tredici è già un professionista, dopo aver accompagnato per le strade del Texas, uno dei riconosciuti Padri del Blues,  il mitico Blind Lemon Jefferson. A diciannove anni può già incidere il suo primo brano, Whichita Falls Blues, che segna il suo debutto discografico. Nel 1934 si trasferisce a Los Angeles dove vive un ulteriore intenso periodo di formazione artistica e sentimentale. Conosce e sposa Viola Lee, si esibisce nei locali più affollati della Avenue più in voga anche come provetto ballerino. Grazie alla continua collaborazione e interazione con musicisti che provengono da ogni parte del Paese può mettere a punto la sua tecnica che fonde il picking primitivo di Blind Lemon Jefferson, il fraseggio veloce di Lonnie Johnson e le tessiture creative del Jazz, trovando la giusta sintesi in uno stile fluido, oleoso, massaggiante, che si amalgama al timbro vocale fumoso e proveniente direttamente dalle profondità dell’anima. Tutta la tecnica acquisita in quegli anni confluisce nel brano Mean Old World, del 1942, in cui canta di un distacco amoroso. Nel 1946 arriva il momento di registrare il suo brano più celebre in assoluto, Call It Stormy Monday, che spicca per la Sua capacità di suonare su una singola corda tutte le note possibili: è il brano che mostra al mondo il suo genio ma, al contrario di quello che ci si possa aspettare, la sua carriera non decolla come dovrebbe. Nonostante festivals che lo vedono come protagonista e altre pregevoli registrazioni, il suo nome scivola inesorabilmente sempre più verso l’oblio, fino al decesso per ictus cerebrale nel 1975. Forse il suo stile era troppo innovativo rispetto ai tempi e fortunatamente compreso da musicisti che lo hanno eletto come loro nume tutelare. A me piace rivedere i vecchi filmati in cui molleggia, magari insieme a Chuck Berry, sorseggiando un gin tonic e suonando con passione estatica; e sembra che la musica possa vivere momenti di leggerezza e divertimento anche se proviene dai tormenti dell’anima… e tutto questo mi sembra Blues, tutto questo mi sembra Rock’n’Roll.

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