Syd Barrett: la realtà e la lucida follia – di Maurizio Garatti

Ci sono sere che sembrano non avere mai fine, che sono preludio a notti febbrili. Notti nelle quali ti ritrovi solo con il tuo ego, in cui niente distrae la tua mente da te stesso: è in quelle notti che sento il bisogno di ascoltare Syd Barrett. La sua sottile e lucida “pazzia” si fa mia, mi accompagna nel lento scorrere delle ore che precedono il catartico levarsi del sole. Frequento Syd da quando avevo tredici anni, da quando ancora, puro e incontaminato, cercavo il senso delle cose; di tutte le cose, che poi significa cercare il perché dell’esistenza. Sono gli anni della presa di coscienza, quelli in cui non sai se essere grato o incazzato con i tuoi genitori per averti messo al mondo. Un periodo bellissimo e molto breve, che Nuto Revelli sintetizzava alla perfezione con un aforismo passato alla storia: “Ah, la gioventù è una malattia dalla quale si guarisce presto!”… parole di cui ovviamente si comprende il senso solo dopo essersi lasciati alle spalle un considerevole numero di inverni. In quegli anni, quando ancora il rumore della vita non aveva coperto i suoni primordiali emessi da tutto ciò che attirava la mia mente, la scoperta di questo affascinante “creatore di sensazioni”, ha avuto un essenziale impatto sulla costruzione del mio background musicale. Questa sorta di imprinting, ha creato con il passare del tempo una dipendenza dalla Psichedelia, che ancora mi accompagna in tutto ciò che ascolto. Ho incontrato Syd alla fine degli anni sessanta, quando I Led Zeppelin e i primi vagiti del Prog avevano già fatto breccia nella mia mente, disponibile e alla ricerca di frontiere da varcare: in questo senso, l’acquisto e il successivo ascolto di “Ummagumma” (1969) divennero così uno spartiacque. Per quel che mi riguarda, musicalmente parlando esiste un prima di Syd, e un dopo Syd. “Ummagumma” è un album epocale ovviamente: lo è per molti motivi ma, sostanzialmente, è l’incredibile esperienza dell’ascolto del disco in studio a cambiare le regole del gioco. Il disco live è l’apoteosi di una Band che iniziava ad esprimere appieno l’enorme potenziale di cui era dotata, ma fu il resto a lasciarmi completamente attonito. La sperimentazione sonora del Gruppo è qualcosa di trascendentale, e la ricerca delle radici di quel suono, del significato di un concetto musicale di quel livello, mi spinse a cercare Syd. Lui se ne era già andato, ma i semi che aveva gettato si erano trasformati in un rigoglioso bosco nel quale avventurarsi con impeto. “The Piper at the Gates of Dawn” (1967) entrò prepotentemente nella mia vita e Astronomy Domine, seguita a ruota da Interstellar Overdrive, divenne la Colonna Sonora di un periodo così esaltante che ancora oggi riesce a coinvolgere i miei sentimenti. Poi scoprii i 45 giri, e Arnold Layne, assieme a See Emily Play abbatterono qualsiasi tipo di ostacolo si frapponesse tra me e la Psichedelia. I Beatles, gli Stones, tutto il Beat appena scoperto, scomparve travolto da questa strana rivoluzione fatta di suoni mai sentiti prima e di testi così ostici da spingermi a chiedere lumi a chi sapesse cose all’epoca per me ancora tabù. Questo ventitreenne di Cambridge aveva in un attimo abbattuto le mie prime certezze musicali, regalandomi la consapevolezza che era nel “nuovo” che avrei dovuto cercare il nutrimento per la mia voglia di rivoluzioneArnold Layne esce nel 1967, e i Pink Floyd diventano una realtà: la Londra che si contrappone alla Summer of Love ha il suo cuore pulsante all’Ufo Club, e al Marquee. Ci puoi trovare Paul Mc Cartney vestito da sceicco arabo, e Marianne Faithfull vestita da suora: la libertà espressiva tocca il suo apice, e Syd raggiunge il limite estremo della sua galassia emotiva, che sfocia negli incredibili solchi di “The Piper at the Gates of Dawn”.
Lui non ha alcun bisogno di travestirsi: la sua nuda anima, la sua psiche distorta, sono il manifesto evidente di una pazzia che appare lucida nella sua completezza. Questo fa di Syd Barrett il totem che tutti noi all’epoca volevamo trovare: l’espressività della sua musica e dei suoi testi si amalgamano perfettamente con chi non si riconosce nel mondo che lo circonda, e questo lo pone al centro del mondo. I riflettori sono accesi per lui, lo illuminano e rimandano la figura di un cristallo che scompone la realtà in tanti mondi che si sovrappongono. Sono questi mondi a comporre il disco di esordio dei Pink Floyd: gli undici pezzi che lo compongono assumono aspetti diversi in funzione dell’ascolto. Presi uno per uno sono pillole emotive che regalano flash improvvisi, mentre ascoltati in sequenza diventano un manifesto psichedelico che crea un caleidoscopio onirico e destrutturante. Syd era pazzo? O aveva semplicemente una visione della realtà di questo tipo? La struttura del mondo che ci circonda appare ai suoi occhi in modo diverso, più nitido? Come un Neo antelitteram davvero aveva provato a mostrarci Matrix? Ovviamente questa va letta come una provocazione ma, vista la caratura del personaggio, il paragone calza a pennello. Anche perché poi arriva il 1970… I Pink Floyd (nome creato da Syd, mutuando il nome dei suoi bluesman preferiti, Pink Anderson e Floyd Council) appaiono ormai lontani, e l’avventura chiamata “Ummagumma”, seppur Barrettiana come concetto, è distante anni luce dalla sua visione della società: per lui è il momento di “The Madcap Laughs” (1970), album prevalentemente acustico dalla gestazione difficile e alquanto caotica, nel quale i membri dei Pink Floyd e Robert Wyatt (con tutti i Soft Machine al seguito) cercano di dare un senso logico alle “divergenze mentali” di quello che a tutti appare ormai come un alieno. I tredici brani che compongono il disco sono una istantanea del momento mentale di Barrett: irrealmente connesso con un presente che non lo coinvolge né, tantomeno, lo rassicura. Syd propone flashpoint emozionali che paiono di difficile comprensione. In realtà la loro lettura è molto semplice: la sola cosa da fare è “abbandonarsi” alla normale pazzia del ragazzo di Cambridge che, novello suonatore di un lisergico piffero magico, ci conduce in un mondo tutto suo, senza tuttavia dimenticare di indicarci la via del ritorno. In realtà, le indicazioni servono solo a noi, lui vive benissimo nella sua realtà.
Ascoltando la voce di Barrett, possiamo arrivare a sfiorare la sua mente: pensieri come filamenti che si dipanano, cercando di risolvere il groviglio dal quale sono nati. Mentre le delicate note di Terrapin sembrano dar vita all’aria, la copertina del disco riempie occhi e mani: uno stralunato Syd, sul pavimento di casa appositamente dipinto a strisce arancioni e viola, con Iggy (la sua ragazza) che appare nuda sul retro. L’insieme è conturbante, artistico e folle: è come se Barrett voglia comunicarci qualcosa, senza tuttavia riuscire a trovare lo strumento adatto per farlo. Colui che vuole essere per la musica ciò che Jackson Pollock è per la pittura, si ritrova con i colori giusti ma senza la tela necessaria. Nell’album seguente (“Barrett”, uscito anch’esso nel 1970) la cosa appare ancora più evidente: brani di notevole spessore come Baby Lemonade o Gigolo Aunt, faticano a trovare la via per essere compresi. Nulla di ciò che fa Syd sembra avere contatto con la realtà rappresentata dal quotidiano… e in questo sta l’essenza della sua persona. Forse il mondo è troppo piccolo per contenere tutto ciò che lui ha da dare; o forse è il vuoto che la sua anima contiene a non poter essere riempito ma, alla fine, l’unica risposta che Syd Barrett riesce a dare alla vita è… scomparire. Cambridge accoglie di nuovo uno dei suoi figli prediletti, tenendolo stretto a sé nel vano tentativo di proteggere la sua esuberante fragilità. I vecchi compagni lo vedranno ancora solo una volta quando, irriconoscibile, si presenta agli studi di Abbey Road durante la registrazione di “Wish You Were Here (1975), prima che la morte lo porti in un altro mondo. Syd Barrett muore a Cambridge il 7 luglio del 2006, senza che nessuno abbia mai davvero compreso cosa si celasse dietro la sua follia. Esistono tre epoche differenti nella storia dei Pink Floyd: l’epoca psichedelica, tipicamente Barrettiana, che ancora oggi è fonte di ispirazione per molti; quella sperimentale, nella quale vedono la luce album come “Atom Heart Mother” (1970) e “Meddle” (1971)… e quella decisamente più aperta al pubblico, che inizia con “The Dark Side of the Moon” (1973). Ognuno di noi fa propria una di queste parti, perché è difficile convivere con tutte e tre: possono piacerti tutte, ma solo una è in grado di coinvolgerti realmente. Come strade che hanno in comune il punto di origine, si dipanano distanti l’una dall’altra senza più incontrarsi… ma è la strada di Syd Barrett quella che ancora riserva le maggiori sorprese e, incamminarsi su di essa, resta una avventura molto affascinante.

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