“Swinging London”: musica e società nell’Inghilterra degli anni 60 – di Fabrizio Medori

Da quali esempi prendono spunto, negli anni 60, i complessi italiani?
Proponiamo una panoramica sulle fonti di ispirazione dei musicisti nostrani e, più che parlare della scena musicale americana, della quale io ed altri abbiamo già parlato e parleremo in futuro, vorrei cominciare ad immaginare ciò che si presentava, in quel periodo, agli occhi dei giovaninuovi protagonisti della vita sociale inglese.
Tutta l’Europa usciva da quindici duri anni di ricostruzione e di pesanti sacrifici, e la Gran Bretagna pagava duramente il suo intervento in una guerra dalla quale aveva ricevuto solo perdite.
Il sistema economico anglo-americano stava iniziando a girare ad un ritmo sufficientemente elevato, già prima della metà degli anni 60, e i giovani cercavano anche nella musica quella ventata di modernità che giungeva un po’ da tutti i settori della vita culturale del paese.
L’Inghilterra era “destinata”, per sua naturale vocazione e per una serie di circostanze contingenti, a guidare la rivoluzione del costume che avrebbe sconvolto, più o meno pacificamente, la seconda metà del XX secolo.
Gli inglesi avevano mescolato sommariamente la loro musica tradizionale con il rock’n’roll americano, creando un ibrido, lo skiffle, che aveva entusiasmato moltissimo i giovani inglesi, fino a portare in classifica alcuni “campioni” di questo genere, come Lonnie Donegan.
Fu però con la nascita di un genere completamente nuovo, il beat, che la musica pop divenne, nel Regno Unito, un affare da milioni di sterline. Non c’è da meravigliarsi molto se un gruppo come i Beatles nel 1962 fu rifiutato dalla Decca (“i gruppi di ragazzi con le chitarre hanno fatto il loro tempo”) perché tutto, o quasi, era da inventare nel music-business. Lo stesso talent-scout che aveva respinto i ragazzi che sarebbero diventati il simbolo della rivoluzione sixties, Dick Rowe, un anno dopo, si guardò bene dal farsi scappare i Rolling Stones… ma la strada era ancora tutta da tracciare.
In pochi mesi, in tutto il paese, iniziarono a nascere migliaia di locali dove si poteva suonare la nuova musica, trasformando jazz clubs e circoli ricreativi, cantine e magazzini, come era successo pochi anni prima, a Liverpool, al Cavern club, il locale che aveva decretato i primi successi dei Beatles.
Ovviamente questo fermento contribuì in maniera determinante alla formazione di un’infinità di nuovi gruppi musicali, alla “creazione”, qualche volta un po’ forzata, di schiere di aspiranti stars, che da consumatori di musica sognavano di diventare interpreti di successo.
In ogni contea dell’isola iniziarono a spuntare epigoni degli “scarafaggi” di Liverpool.
Il loro manager, Brian Epstein, persona raffinatissima e di grande talento creativo, aveva creato quasi dal nulla una serie di “nomi” e, insieme al produttore della Parlophon (quindi dei Beatles), George Martin, aveva lanciato Gerry and the pacemakers, Cilla Black (ex guardarobiera del Cavern, il cui vero nome era Priscilla White) Billy J. Kramer and the Dakotas ed altri, sempre con un buon successo.
Nel frattempo, da altre zone dell’Inghilterra iniziavano a mettersi in mostra dei gruppi che sono rimasti nel cuore di tutti gli appassionati: gli Animals, provenienti da Newcastle, guidati da Eric Burdon, uomo dalle impressionanti capacità vocali, e da Alan Price, tastierista geniale che per primo, nella musica pop, portò l’organo Hammond (altro simbolo degli anni 60) in primo piano negli arrangiamenti. Il bassista del gruppo era Chas Chandler che verrà ricordato nella storia del rock per aver “scoperto”, nel 1967 a New York un giovane chitarrista, Jimi Hendrix, e per averlo portato con se a Londra, da dove Hendrix iniziò la sua breve e fulminante carriera. Gli Hollies provenivano invece da Manchester, e incisero, nella prima parte della loro carriera, un discreto numero di ottimi LP. Anche loro nella scuderia Parlophon… e da loro uscirà Graham Nash, che troverà il successo mondiale in America, con Crosby Stills Nash & Young.
Da Londra, invece, venivano i Kinks, guidati dal geniale Ray Davies, e fonte di grande ispirazione per le generazioni future. Autori di grandi canzoni, esemplari per compattezza e lucidità, i Kinks furono sempre molto critici con i loro colleghi e con quello che la Swinging London rappresentava (pur facendone parte a pieno titolo). A metà decennio due gruppi si contendevano la supremazia territoriale di Londra…
gli Who, che hanno lasciato tracce indelebili nella storia del rock, e gli Small faces che, sebbene meno fortunati degli Who, hanno avuto in formazione gente come Rod Stewart e Ron Wood. Entrambi i gruppi, sebbene con risultati diversi, hanno dato un contributo notevole alla varietà di differenti sonorità che hanno reso così interessante Londra in quel periodo. Un gruppo proveniente dal sud-est del paese rappresentò, invece, l’anello di congiunzione fra il beat ed il blues, gli Yardbirds, che ebbero anche la fortuna di avere come chitarristi prima Eric Clapton, poi Jeff Beck… ed infine Jimmy Page.
Un nuovo fenomeno però sconvolse la moda musicale inglese subito dopo la prima metà degli anni 60…
la Psichedelia, i cui alfieri furono i Pink Foyd, guidati, ma solo per poco tempo, dal genio visionario, folle e carismatico di Syd Barrett. Con queste premesse è impossibile non fermarsi a immaginare quanti e quali fermenti artistici hanno percorso l’Inghilterra in quegli anni, e non si può nascondere un po’ di invidia nei confronti di chi ha avuto la fortuna di viverli.

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Un pensiero riguardo ““Swinging London”: musica e società nell’Inghilterra degli anni 60 – di Fabrizio Medori

  • aprile 8, 2016 in 3:17 am
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    Ottimo, come al solito, Fabrizio. Piccola nota, da fissato dello strumento quale sono: Alan Price suonava l’organo Vox Continental e non l’Hammond. Credo che il musicista a cui si possa ascrivere l’introduzione dell’organo Hammond nella musica “nuova” della swingin’ London risponda al nome di Brian Auger, a sua volta ispirato dal maestro Jimmy Smith che aveva sdoganato lo strumento nel jazz già qualche anno prima. Piccola curiosità: un organo Hammond C3 costava in Italia nel 1964 la bellezza di 8 milioni di lire (quasi il costo di due appartamenti)!

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