Swans: dall’Inferno al Purgatorio (1982-2010) – di Gianluca Chiovelli

Fondati a New York da Michael Gira e Jonathan Kane, nel 1982, gli Swans hanno dato vita, in quasi trent’anni (l’ultimo disco, dopo quattordici anni di silenzio è del 2010) a una delle discografie più radicali ed impervie mai esibite dal rock. Discendono dai Chrome, preconizzano l’industrial più cupo (quello dei Cop Shoot Cop, a esempio) e, ideologicamente, sono affini ai Throbbing Gristle; pur privi del fascino nichilista e morboso degli inglesi, essi calcano però, consapevolmente, i sentieri da loro tracciati nei territori più desolati dell’animo umano; anzi, l’impressione è che, dopo le vociferazioni di Genesis Breyer P-Orridge e compagni, tutto sia stato detto o fatto: non rimane, da un luogo eminente che abbracci la sconfinata desertificazione dell’umanità attuale, che decretare la fine della speranza e recitare le ultime definitive litanie funebri. Il turiferario Michael Gira, su un tappeto di chitarra noise e d’una monumentale sezione ritmica, declama, angoscioso, il desolante lascito testamentario sulla “più perniciosa razza di ributtanti vermiciattoli cui la natura abbia mai permesso di strisciare sulla terra”, come ebbe a definire l’umanità Jonathan Swift. “Filth” del 1983 (Right Wrong, Stay Here, Gang) è una collezione di disperanti trenodie; “Cop” del 1984 ripete la struttura della precedente opera ma, se possibile, ne accentua le cadenze rituali: il suono è più rallentato e massiccio, grazie alla chitarra di Norman Westberg che amplia il proprio imperio, con distorsioni e feeback inesorabili (Your Property, Thug, Cop, una Half Life alla Black Sabbath); Gira ruggisce come un predicatore millenarista. Siamo in territori di confine; oltre non si trova che la dissoluzione, musicale e concettuale. Un passo decisivo di fronte al quale letterati, filosofi e scienziati sommi vacillarono: alcuni scelsero il silenzio; altri il gran rifiuto, i più conseguenti s’incamminarono oltre. Fuori dell’angusto cono di luce della ragione umana ci si spinge a proprio rischio: il prezzo da pagare è enorme: Friedrich Nietzsche e Georg Cantor, fra gli altri, impazzirono coerentemente; Joris-Karl Huysmans si gettò ai piedi della croce (l’alternativa era un proiettile nel cervello); Michael Gira si ritrasse dall’orizzonte degli eventi che rischiava di inghiottirlo (e di indurlo – artisticamente – alla catatonia e all’autoparodia) e, grazie alla collaborazione di Jane Jarboe (sua compagna anche nella vita), derubricò l’impatto delle prime incursioni in un suono più sommesso (vicino ad alcuni accenti di Black Tape for a Blue Girl), ma semplice e austero come un chiaroscuro d’architettura gotica; la bellissima Fool, lenta e profonda come una processione liturgica, assieme a Greed e Heaven, riassunsero la nuova estetica degli Swans (1986). Jane Jarboe contribuisce a trasmutare l’algido nichilismo postmoderno degli Swans in una visione sempre disperata, ma dagli accenti rituali e gotici; e tuttavia il sostrato di “Holy Money” (1986), ad onta di tale cambiamento, rimane, come nel precedente album, una sconsolata visione dell’umanità, assolutamente infernale. Nonostante i delicati interventi di Jane Jarboe (You Need Me), è il registro profetico di Michael Gira, scandito da percussioni liturgiche, a declamare la desolazione e la fine dei tempi. Follia, claustrofobia, morte in vita, sono lo sfondo da cui germinano queste processioni sonore antimelodiche e nichiliste (A Hanging, Another you, Coward). La svolta, preannunciata in “Greed” trova, quindi, piena espressione solo in “Children Of God” (1987): se l’iniziale New Mind è una nuova preghiera declamata tra i miasmi degli incensi, la seconda traccia, In My Garden, sussurrata dalla sua compagna, è una dolce nenia che assurge a vero contraltare del primo pezzo. Il registro dell’opera si struttura così tra questi due poli che s’alternano sottolineandosi vicendevolmente con maggior forza che se fossero isolati: tale dialettica si rende metafora anche d’un flusso di coscienza disperato e stoico; la via di fuga preclusa dal tono plumbeo di Michael Gira si stempera in soprassalti di speranza, pur vana, di cui il canto di Jarboe, in prima o seconda battuta, è portatrice; A Blood And Honey risponde Like A Drug, a Blackmail e alla bellissima Children Of God, la caratteristica Sex, God, Sex; altrove le carte sono rimescolate: è il caso di Our Love LiesYou’re Not Real Girl e Real Love in cui Michael Gira, svestiti i panni del millenarista, si abbandona ad una languidezza da ballata notturna. La metamorfosi trova nuova linfa nel successivo “The Burning World” (1989), dove, al nucleo storico, pur privo della vecchia sezione ritmica, s’aggiungono strumentisti di vaglia: il suono è più accessibile, richiama e presagisce Dead Can Dance o Eden Prison; la tenebra è ormai decantata a favore di un folk disteso e purgatoriale, con screziature medioevali e orientali. La redenzione (Saved) tuttavia, non cede di fronte alle lusinghe del mainstream più sfacciato e i bersagli son sempre quelli, la disfatta d’ogni residuo morale ed umano. “White Light From The Mouth Of Infinity” (1990) prosegue con ancor più convinzione su questa via; il monolinguismo delle origini, le visioni da “De Contemptu Mundi”, vengono sublimate in ballate in cui l’iniziato Michael Gira, sopravvissuto ai riti purificatori, declina la nuova sapienza con toni elegiaci e dolorosi (Failure, Why Are We Alive), ma aperti, proprio in virtù di tale nuova consapevolezza, alla chiarità dell’esistenza (Song For The Sun, We Will Survive). “White Light from the Mouth of Infinity” (1991), opera interamente di Michael Gira, suggella una netta trasformazione musicale, e sottintende un parallelo cammino spirituale, sinceramente sofferto. Gli Swans degli anni Novanta confermano la curvatura purgatoriale del loro leader incontrastato. Michael Gira ha ormai la consapevolezza dell’iniziato: ha assimilato brutture, umiliazioni, trasalimenti; di tutto ciò non restano che ricordi e, come scrisse Arthur Rimbaud, “come caldi escrementi d’una vecchia piccionaia / mille sogni in me fan dolci bruciature”. D’altra parte cos’è un ricordo se non un sogno? Michael Gira lascia la disperazione esclusiva e ritmata degli esordi per la forma della ballata; i suoi toni sono di chi ha vissuto intensamente e ora, snervato dalla lunga consuetudine all’orrore, più saggio, forse più debole, può cantare il passato col distacco di fiamma lontana e, addirittura, trasfigurarlo con accenti fantastici, colla carica empatica d’un favolista. Her, The Sound Of Freedom, Identity, The Golden Boy That Was Swallowed By The Sea sono i picchi di “Love of life” (1992): larghe e bellissime ballate che si caricano, a tratti, quasi impercettibilmente, di toni arcani, medioevali. Tale parabola, di mestizia e lavoro interiore, viene prolungata da “The great annihilator” (1995); una certa frenesia percussiva (nel gruppo entra William Rieflin dei Ministry) rimanda, a tratti, ai primi album, ma il suono rimane circoscritto all’ambito crepuscolare imboccato da tempo. Ancora meraviglie: In, Celebrity Lifestyle, Warm, I am the sun e Mother/Father, modellata dalla voce di Jane Jarboe. Dopo “Die Tür Ist Zu” (1996), sette improvvisazioni dal vivo, in cui risalta un lato sperimentale fino ad allora inaudito (specialmente nei tre brani più estesi, Ligeti’s Breath, di ventidue minuti, YRP e Soundsection), i Nostri licenziano il taglio finale: “Soundtrack For The Blind” (1996). Per l’occasione arruolano Vudi (chitarra, dagli American Music Club), Joe Goldring (basso, dai Toiling Midgets) e Larry Mullins (percussioni). Il disco è un capolavoro, superiore persino a “Children of God” (1987). Non è difficile pensare, vista l’eterogeneità del tutto, ad un recupero di materiale preesistente; due ore e mezzo di musica in cui si ritrovano lacerti di canzoni, schegge live, recitativi, elettronica, accenti industrial, lo sperimentalismo di “Die Tür ist zu” (1996), ballate tradizionali (di Michael Gira: le eccezionali Helpless Child, The Sound e The Final Sacrifice, tutte oltre i dieci minuti; di Jane Jarboe: la bella Hypogirl e, addirittura, Volcano, pezzetto techno buono per rimescolare ancor più le carte). In carriera Michael Gira ha dapprima dispiegato le cadenze spietate delle sue Songs of experience” e poi, raddolcito e avvolto da una luce morente, quasi filtrata da una vetrata gotica, ci ha donato le sue “Songs of innocence”: l’infanzia brutalizzata, la vita spezzata, e poi una parvenza di salvezza, sono tutte istanze della sua arte che, sparse nei suoi lavori, coesistono nella miscellanea testamentaria di “Soundtrack for the blind” (1996). L’inopinata resurrezione degli Swans nel 2010 con “My Father Will Me Guide Up A Rope From The Sky”, guastò una così coerente dissoluzione. Il lavoro riprende i fili dell’ultimo decadentismo di Michael Gira, ma la sincera disperazione sottesa, patente o sublimata, affiora saltuariamente. Rimangono (non è poco) alcune belle canzoni: No Words/No Thought, You Fucking People Make Me Sick, Eden Prison.

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