Susanna Tamaro: “La testa fra le nuvole” (1989) – di Cinzia Farina

Il primo libro edito di Susanna Tamaro,“La testa fra le nuvole” (Marsilio 1989) le valse ben due premi, il Calvino e l’Elsa Morante Opera Prima. Nessuno sembra ricordarsene, ma tant’è. Dopo un riconoscimento piuttosto fugace infatti, la critica che “conta” – quella più ammanicata alla politica e avvezza a “premiare” chi si allinea, quella (tanto per non fare nomi) più “intellettuale” e di sinistra – condanna ben presto la scrittrice a un ostracismo a volte semplicemente snob e superficiale, a volte ben più calcolato e feroce. In parte per l’enorme successo di pubblico liquidato come “facilità”, di “Va’ dove ti porta il cuore”  (Baldini e Castoldi 1994), in parte per aver osato parlare dei gulag di Tito e del fallimento del modello comunista in “Anima Mundi” (Baldini e Castoldi 1997), in parte per la pessima abitudine di Susanna Tamaro – peraltro del tutto disinteressata alla costruzione di un’immagine accattivante – di rifiutare, sulle varie questioni dell’attualità, posizioni di schieramento ideologico, mantenendo sempre una profonda autonomia di pensiero. Alla fine dei giochi, il lettore raffinato, o presunto tale, non contempla nel proprio curriculum – per varie e incrociate questioni di immagine – la lettura di Susanna Tamaro. Da qui la mia proposta di azzerare questa “guerra” poco interessante, di tornare alla letteratura (che è il terreno su cui si giudica uno scrittore), partendo dal principio. Un ottimo principio, perché “La testa fra le nuvole” rivela la maturità, la personalità, e lo spessore della grande scrittura. Una scrittura “da entomologo” dirà di se stessa la Scrittrice, “affilata come una lama di coltello” dirà Claudio Magris, uno dei suoi pochi sostenitori insieme a Giorgio Voghera, tra i maggiori esperti e rappresentanti di quella particolare temperie che è la letteratura triestina. Protagonista di quello che appare come un cammino di formazione – attraverso una concatenazione di fatti tra l’onirico, il surreale, il fantastico, il metaforico – un ragazzetto di quindici anni, Ruben di nome e di fatto. Rosso e lentigginoso, citazione verghiana, ci si presenta in prima persona, riflesso nello specchio del cesso di un vagone ferroviario mentre, fuggitivo, si interroga su se stesso, su ciò che gli è accaduto e sul futuro incerto che lo aspetta. Vive una situazione paradossale dietro l’altra – o sogna? – e racconta. E lo fa con un linguaggio preciso quanto improbabile, adulto e sapiente, volutamente in contrasto con la sua inesperienza e la verginità delle sue reazioni rispetto a un mondo cui si adatta abilmente ma che non capisce. Il che accentua la dimensione fantastica e ambigua del testo, con esiti ora esilaranti, ora grotteschi, ora struggenti. Nella misura di un umorismo calviniano tanto leggero quanto filosofico, Ruben racconta l’antefatto. Dalla propria nascita, identificata nell’umiliazione di un urlo non voluto che prorompe dal suo corpo come quello di un maiale sgozzato, accompagnata dall’insensato applauso degli astanti; al suo essere affidato, subito orfano, a nonna e bisnonna abitanti svagate e distratte di una grande villa; alla confortante certezza dell’esistenza dello zio Isacco che dall’America lontana fa di lui quella creatura mitica che é un “erede universale”. La sua vita scorre tranquilla senza obblighi e senza regole, quasi sempre dentro a una buca nel giardino, che accoglie il suo corpo e da cui può osservare il cadere delle cose. Ci deve essere una “filigrana di piombo intessuta nei loro stessi corpi”, pensa, e ogni giorno si applica a lanciare ogni sorta di oggetti verso l’alto coltivando la speranza di riuscire a infrangere quel vincolo. Finché non giunge Oskar, l’educatore sadico. Dormire nel letto, lavarsi, vestirsi, studiare senza piacere. Una vita “distrutta da tutta quella attività frenetica e insulsa”, fino alla catastrofe. Sgattaiolato all’alba per ritrovare un po’ della libertà perduta, Ruben riprende a lanciare sempre più in alto, sempre più ebbro, il suo giavellotto, lo vede sparire tra le nuvole e… precipitare giù infilzando l’educatore spuntato a sorpresa. Da qui la fuga, il treno, e una giostra infernale di incontri ed eventi concatenati, nel tentativo di raggiungere finalmente l’America. C’è Spartaco, l’amico falso che lo deruberà, c’é il mare e c’è Roma, Cinecittà e il raccordo anulare, autobus e periferie, prati e giardini. C’è Ilaria, la cieca, grassa e rapace. Il barone Aurelio, molle e lubrico, con la regina Domitilla, la seduzione e l’abuso, e le parole difficili per raccontarlo che salvano insieme innocenza e verità. C’è la coppia melensa, colta fra bianche visioni di panna montata, l’inglese Margy ed il morto marito Ettore, pasticcere di qualità. C’è l’archeoaviatore Arturo alla ricerca delle parole erranti, stratificate tra le nuvole. E poi la nave Socrates nella tempesta, un corpo di ballo che non si ferma mai, un ammiraglio folle e i suoi allievi… Una fuga e una corsa affannosa precipitano Ruben da un girone all’altro di quello che appare come un inferno dantesco, impietoso e umano allo stesso tempo, travestito da favola semiseria, come in fondo accade a un Pinocchio, un Gianburrasca o certi personaggi di Roald Dahl. Con gli occhi sempre in alto, con le sue domande senza risposta, con la testa fra le nuvole. Scene indimenticabili come quella della follia collettiva del naufragio imminente a passo di valzer, o quella della follia individuale, distruttiva e irrimediabile, che rinvia esattamente all’Orlando Furioso. Visioni potenti e allucinatorie di insetti divoratori e talpe, di esseri umani come cavallette e locuste, un orrido insieme di ganasce inarrestabili, di meccanismi atti a trasformare ed espellere. Ma anche visioni cosmiche fino al rumore di vento e il cigolio delle sfere, paniche tra fili d’erba foglie cadenti e pioggia. Un romanzo di formazione, una favola o una metafora della nostra vita? Crudele, ma illuminata dalla parola che la racconta. Riscattata da un sentimento appena intuito che permette “di muoversi in quel tempo breve con occhi curiosi e attenti e l’aerea grazia dei funamboli”. Senza dubbio un pastiche di sfaccettature molteplici dentro cui non a caso troviamo l’eredità della Morante e quella di Calvino, l’eco di certa letteratura  spagnola onirica e picaresca, di quella dickensiana prosciugata di ogni sentimentalismo, di quella mitteleuropea, più secca, dai caratteri potentemente visionari ed espressionisti, di certo umorismo di origine ebraica. E soprattutto la rarefatta sospensione di scene, situazioni e personaggi che conducono dritto dritto a Fellini, non a caso, insieme a Moravia, grande estimatore di queste prime prove di Susanna Tamaro.

“La letteratura come un barometro essenziale per comprendere gli scricchiolii del mondo”: Susanna Tamaro a Claudio Magris in una bella intervista del 2013 per Il Corriere della Sera.

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