Supertramp: “Breakfast in America” (1979) – di Fabrizio Medori

La personalità è uno dei maggiori pregi, nelle arti, ed essere riconoscibili è un punto di arrivo per qualsiasi artista. Dopo cinque tentativi, prodotti in nove anni di attività, i Supertramp riescono finalmente, nel 1979, a raggiungere un suono assolutamente personale e riconoscibile, marchiato a fuoco dal piano Wurlitzer suonato da Roger Hodgson e rifinito dalle perfette armonie vocali, che in questo disco caratterizzano moltissimi momenti importanti. Se prima di “Breakfast in America” (1979) era difficile catalogare lo stile dei Supertramp e rinchiuderli in un genere musicale, quest’incisione spariglia ulteriormente le carte e li pone in uno spazio nel quale non c’è spazio per nessun altro.
A tratti emergono somiglianze e parentele, ma questo album, più di ogni altro, ci dice in ogni solco che è opera dei Supertramp e, se ci dovessero essere influenze esterne sono molto ben elaborate e metabolizzate. Il disco nasce negli Stati Uniti, dove la band, quasi completamente inglese, si è trasferita da un paio di anni, e l’impressione che si riceve è che il connubio tra le culture musicali dei due paesi sia perfettamente bilanciato. Le due anime della band, Hodgson e l’altro tastierista, Rick Davies, che sono anche i cantanti solisti del gruppo, finalmente sono capaci di raggiungere un punto di equilibrio perfetto, puntualmente coadiuvati dal sassofonista John Anthony Helliwell, dal bassista Dougie Thomson e dal batterista Bob Siebenberg, unico americano del gruppo.
I Supertramp, a questo punto della loro storia, si portano appresso una carriera strana, fatta di sponsorizzazioni milionarie da parte di un mecenate olandese e di un successo costruito pian piano, anno dopo anno, grazie ad un talento che li porta, dopo la completa maturazione, ad un exploit senza precedenti, con vendite che, ancora oggi, sono state superate in pochissime occasioni. Dal disco furono estratti ben quattro singoli di grande successo e, sicuramente, tutti e dieci i brani contenuti nell’album avrebbero potuto tranquillamente avere dignità di “lato A” su 45 giri. Il 33 inizia con Gone Hollywood, un brano power pop con un coro iniziale che ha poco da invidiare ai Bee Gees di “Saturday Night Fever” (1978). Basta qualche secondo di ascolto, però, per capire che sotto le voci in falsetto c’è qualcosa di più concreto e, dopo l’intervento del sax, l’atmosfera si placa per poi ripartire lentamente in un crescendo che sfocia in un bellissimo ritornello corale, arricchito da una sezione strumentale possente. Il primo dei singoli presenti nell’album è The Logical Song, introdotta dal Wurlitzer e perfettamente costruita sulla strofa che si apre in un memorabile ritornello che, a sua volta, si tuffa in una strofa resa ancora più efficace da una ritmica perfetta, continuando in una rincorsa tra strofa e ritornello di grandissimo impatto.
Il terzo brano, terzo singolo pubblicato, è Goodbye Stranger, caratterizzato ancora dal piano elettrico che con il suo ritmo sostenuto trascina le voci verso un altro ritornello mozzafiato, mettendo ancora in luce l’abilità produttiva del gruppo, coadiuvato in sala di regia da Peter Henderson. L’ascoltatore non fa in tempo a riprendersi dallo shock emotivo causato dal brano appena ascoltato e dal suo finale travolgente, che si trova nelle orecchie il brano che intitola l’album, Breakfast In America, lato A del secondo singolo estratto e che, questa volta acustico, inizia sempre con l’accompagnamento di un pianoforte. Il ritmo è allegro e scanzonato, con un basso sostituito da un basso-tuba e i cori ad accompagnare la voce. Bellissimo il testo, “profondamente leggero” e il solo di clarinetto. Il primo lato del vinile si conclude con Oh Darling, altra splendida ballad dai toni scanzonati e beatlesiani, nella quale ogni suono si incastra perfettamente con gli altri, in un piccolo affresco per le orecchie.
Il secondo lato si apre con l’ennesimo piccolo capolavoro di Roger Hodgson, Take The Long Way Home, quarta canzone del disco a guadagnarsi il lato A di un singolo. Parte con un solenne accordo di piano acustico, raggiunto dal suono “western” dell’armonica a bocca, per poi srotolarsi in un ritmo effervescente, sul quale poggia saldamente le sue basi la voce dell’autore… fino ad un delicato e sognante break strumentale, preludio al malinconico finale. Lord Is It Mine inizia con una melodia degna del miglior Elton John e l’accompagnamento del solo gran piano accentua le affinità con uno dei giganti del pop. Il maestoso ritornello ci ricorda, però, che siamo in un altro territorio e che i Supertramp sono in grado di giocare con le ispirazioni e le influenze ma, alla fine, il prodotto è autentico al cento per cento. Rick Davies si prende il suo spazio in Just Another Nervous Wreck, bel rock pianistico (manco a dirlo) che ha la fortuna di stare in un disco così ricco e quella di stare a fianco di brani memorabili che lo soffocano un po’.
Ci si avvia al termine con Casual Conversation, brano che si inserisce perfettamente nel filone Easy Listening, o Pop Evoluto che dir si voglia, tipico della fine degli anni 70 e che ha gli stessi vantaggi e svantaggi del brano che lo precede, con un po’ di fare “ruffiano” in più. Gran finale con Child Of Vision, scritta da Hodgson, Davies e Hellywell. La canzone beneficia del tono dimesso di quella che la precede e si presenta con un piano elettrico martellante al quale si affianca il piano acustico, in uno scoppiettante esempio di originalità nella semplicità, un po’ come tutto il disco: un concentrato di pop, ad un livello artistico decisamente elevato.

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