Sun Kil Moon: “Common As Light And Love Are Red Valleys Of Blood” (2017) di Massimiliano Speri

Prima o poi sarebbe accaduto. Era nell’aria che, dopo aver dilatato a dismisura la durata delle composizioni e averle inzuppate in ogni genere di condimento, all’incontenibile vena dell’ex-Red House Painters il formato discografico standard sarebbe andato stretto: ed ecco, dunque, arrivato un monumentale doppio album (come al solito autoprodotto e rilasciato dall’etichetta personale Caldo Verde) in cui poter finalmente sfogare la propria torrenziale espressività in oltre due ore di musica, preannunciate dalla solita copertina sfocata contrapposta ad un titolo perentorio ed apocalittico. E’ bastato questo a far storcere il naso a tre quarti della critica che, evidentemente, non vedeva l’ora di sbarazzarsi di un personaggio così difficile da maneggiare, e non ha perso l’occasione per mettere alla berlina il mastodontico ego, la logorrea sbrodolona e la carenza d’ispirazione che a loro dire soffocano la produzione di Mark Kozelek da alcuni anni a questa parte. Forse, ancora prima di ascoltare l’album in questione. Personalmente, ci ho messo un po’ per capire quale potesse essere l’approccio migliore per una recensione così impegnativa. Analizzare nel dettaglio un simile fiume in piena di sillabe avrebbe richiesto tempo, spazio e competenze di cui non dispongo, così ho preferito concentrarmi sulla musica… e credo non a torto, perché a parer di chi scrive è proprio lei la vera protagonista di un disco traboccante di parole fino allo stordimento. Liquidata dai più come mero sottofondo ai monologhi autistici del cantante, la sostanza prettamente musicale di “Common As Light And Love Are Red Valleys Of Blood” rivela invece un’inaspettata fantasia e voglia di sperimentare, ai limiti della bizzarria. Se è indubbio che la contaminazione stilistica è connaturata a un autore che non ha mai fatto due dischi uguali di fila (specie nelle collaborazioni con altri artisti: vedi l’elettronica soffice ricamata da Jimmy LaValle per “Perils Of The Sea” o lo spietato drone-doom portato in dote da Justin Broadrick in “Jesu/Sun Kil Moon”), in questo caso assistiamo a un lavoro che non si limita a colorare gli arrangiamenti ma destruttura la forma stessa delle non-canzoni.  A essere insolito è, innanzitutto, l’organico in campo: eccettuato il fido Steve Shelley e il suo florido drumming, Mark Kozelek fa praticamente tutto da solo e, riducendo al minimo la presenza della chitarra, sceglie di accompagnarsi per lo più con il basso o con le tastiere (due strumenti con cui, per sua stessa ammissione, non ha piena confidenza: il che si traduce in un uso del tutto originale degli stessi), sforzandosi di accostare tasselli stilisticamente e armonicamente quasi incompatibili per ottenere risultati spiazzanti. L’approccio alla composizione è poi una novità assoluta: se il Nostro ci aveva abituato a lunghissime litanie pressoché immote, a farla da padrone stavolta è un tentativo di frammentare il più possibile i brani, creando delle autentiche mini-suite dall’evoluzione lunatica. Mark Kozelek, tuttavia, rimane un songwriter fortemente modulare e, alla lunga, è possibile intravedere nella scaletta una formula che si ripete, salvaguardando la coerenza d’insieme. Su questo vivo magma sonoro, l’autore prosegue il discorso lirico che dall’irripetibile “Benji” (che continuo a considerare il disco più bello degli ultimi anni) a oggi, l’ha portato a distaccarsi sempre più da una canonica organizzazione prosodica verso un libero flusso di pensieri, in cui descrivere con una meticolosità sconcertante le sue giornate e le riflessioni che le hanno accompagnate: quasi un diario personale a tutti accessibile. Versi sempre meno cantati ma nemmeno realmente parlati, semmai borbottati, biascicati, sputati, a volte addirittura rappati (il che è in parte un peccato, considerato che stiamo parlando di una delle voci più potenti ed evocative di sempre). I temi affrontati, profondamente influenzati dall’attualità (cosa piuttosto sorprendente per un uomo spesso accusato di vivere in una propria impenetrabile dimensione parallela), sono dei più vari: le stragi di Orlando e di Nizza, il controllo delle armi negli Stati Uniti, l’elezione di Trump, le innumerevoli rockstar decedute durante la nera annata appena trascorsa, addirittura una scheggia di pop culture come l’enigmatica morte di Elisa Lam; il tutto osservato dagli occhi di un uomo di mezza età che pare voler esorcizzare il dolore del mondo intero.
Gli episodi di grande respiro sono inframezzati alle esperienze dell’autore nel corso dei suoi tour, annotate in maniera così particolareggiata da imbarazzare: come se stessimo violando qualcosa che non ci appartiene. La musica è partecipe alla narrazione, sottolineando i vari passaggi con soluzioni di grande efficacia. God Bless Ohio (ennesima dichiarazione d’amore per i suoi natali, già rilasciata come singolo) inizia con un accompagnamento ritmico quasi dubstep incollato a un basso ipnotico, su cui si innesta un intricato arpeggio suonato da una chitarra che ricorda più un’arpa. Sullo sfondo un sintetizzatore fa sgocciolare fantasmatiche note senza consistenza. Il recitato incalzante di Chili Lemon Peanuts poggia invece su una ritmica sincopata e un’ossessiva frase di synth che sembrerebbe dover durare all’infinito e invece, verso la metà del brano, si interrompe bruscamente, con Kozelek che da lì in poi sussurra il resto del suo monologo in un silenzio a malapena ravvivato da scheletriche note di piano elettrico. Philadelphia Cop, che potrebbe fungere da base hip hop ma ricorda anche il primo Nick Cave, accoppia nuovamente un basso implacabile e un synth fuori fase, il cui fluire viene arrestato, a pochi minuti dall’inizio, da un breve intermezzo parlato e, via via, si carica di nuovi, godibili innesti melodici. Il botta e risposta tra la voce principale e i cori, vero marchio di fabbrica dell’autore, farà senz’altro sentire a casa i kozelekiani della prima ora. La marziale The Highway Song ha un sapore fortemente cinematografico, con le tastiere a disegnare temi che non stonerebbero in qualche vecchio film poliziesco, ma viene imprevedibilmente inframezzata con un nebbioso madrigale chitarristico che ne ribalta il mood. Il basso synth di Lone Star pare clonato dai Suicide, non fosse che anche qui piomba dal nulla una chitarrina celticheggiante a stravolgere tutto proprio quando si era convinti di aver capito dove il pezzo andasse a parare. 
A dominare dall’inizio alla fine, la commossa Window Sash Weights è invece proprio una scarna chitarra alla Red House Painters; una canzone forse più convenzionale ma splendida, cantata da Kozelek con grande trasporto, che nel finale mette letteralmente i brividi. L’insolitamente breve Sarah Lawrence College Song torna invece sui binari precedentemente battuti, con un basso quasi dissonante e dei cori sinistri a sovrapporsi alla voce principale. Chiude il primo disco Butch Lullaby, che nella sua schizofrenia è un perfetto riassunto di quanto ascoltato finora: batteria e sintetizzatore imperturbabili, manco fossero stati programmati da un automa e poi, senza preavviso, un atonale tintinnare pseudo-gamelan di strani strumenti a corda, a intrecciarsi con un parlato sottovoce. Ad aprire il secondo album, è il brano più lungo di tutta la tracklist: Stranger Than Paradise (ispirato alla visione dell’omonimo cult movie jarmushiano) si snoda per oltre 12 minuti in cui a spadroneggiare è il basso che, dopo aver ruotato attorno al proprio asse, si scioglie in un morbido arpeggio all’unisono con la voce. E’ un pezzo di grande effetto, che entra di diritto negli scaffali alti del suo canzoniere. Early June Blues, dettata da un ispirato piano elettrico, è un altro riuscito esempio di pop obliquo messo al servizio della complessa personalità del Cantante. Il requiem noir di Bergen To Troundheim è già un piccolo classico per chi ha seguito dal vivo l’autore nel penultimo tour (non è ben chiaro se gli applausi che si sovrappongono di frequente alla canzone siano artefatti o la versione finita su disco sia effettivamente un ritocco di studio di una performance live). L’orecchiabilissimo ritornello, che in altre mani potrebbe trasformarsi in un inno da stadio, rimane nella sua semplicità tra i momenti più intensamente umani della poetica kozelekiana; ed è ancora una melodia di rara purezza a marchiare la deliziosa I Love Portugal, forse la vetta della raccolta. Un brano rilassato come la Terra a cui è ispirato e che non potrà non inorgoglire il popolo lusitano. Con Mark Kozelek sul ring, però, non si può mai abbassare la guardia: quando ormai ci si è assuefatti all’incedere cullante della canzone, ecco aprirsi una disturbata parentesi di rumorismo elettronico su cui si rincorrono due voci echeggiate, riflesso della violenza che minaccia l’armonia vagheggiata dal protagonista. L’ironica Bastille Day (che rimanda a certe cose degli Yo La Tengo) è un raro esempio di blues à la Kozelek, con tanto di organo anni 60 e trottante walking bass, sottilmente inquinato dai filtri di un synth impazzito (una curiosità: il racconto prende l’abbrivio in Italia, essendo stato scritto durante un viaggio da Milano a Bologna). 
Vague Rock Song è in assoluto il fiore più delirante del mazzo: comincia con un gommoso riff scandito all’unisono da voce&basso e prosegue con un refrain ballabile guidato dalle maracas, il tutto azzerato di punto in bianco da un divertito siparietto prog-jazz, anch’esso perfettamente all’unisono tra voce, glockenspiel e batteria; lo stesso organico modula poi una sorta di straniante danza mongola, per poi riprendere il tema iniziale come se niente fosse: fortuna che Mark Kozelek è un cantautore annoiato che musicalmente non ha più cartucce da sparare! Seventies TV Show Theme Song conferma il vivace momento di obnubilamento: fino a metà canzone non ci si schioda da un muscolare giro di basso punteggiato di fiati funkeggianti e improbabili interventi di chitarra solista; dopodiché, senza soluzione di continuità, si scioglie il tutto in una placida stasi pastorale. Al commiato definitivo provvede la tesa I Love You Baby Forever And Beyond Eternity, con un bel lavoro armonico di basso a trasportare l’accorata invocazione del titolo. 
A conti fatti, la scelta dei due dischi appare motivata da un’effettiva differenza di atmosfere: il primo è più cupo e ricorre con sistematicità all’escamotage dello spezzare la monotonia con degli inserti incongruenti; il secondo, invece, è decisamente più arioso, e conferma lo straordinario talento melodico di Kozelek, troppo spesso messo in un angolo dalla sua smania di dire tutto e subito. Steve Shelley (che tra i quattro ex-Sonic Youth è di gran lunga quello che sta impiegando meglio le proprie energie), si conferma uno strumentista eccellente, di grande gusto e precisione, perfetto per assecondare i soliloqui del leader. Per quanto mi riguarda, siamo di fronte al miglior disco di Mark Kozelek da molto tempo a questa parte, nonché uno dei più peculiari e inafferrabili. Opera senz’altro estrema, debordante e quasi mai facile, forse discontinua e non sempre a fuoco, ma affascinante e illuminata da momenti di grande profondità, merita un posto di rilievo nella discografia di un autore che da oltre vent’anni riesce a rinnovare uno stile comunque inconfondibile e inimitabile… checché ne dicano i bolsi detrattori che hanno preferito ritirarsi ancor prima dell’inizio della partita.

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