Sulle “Orme” del Beat – di Lino Gregari

Le Orme, a tutti gli effetti, è stata la Band storicamente più importante del Rock Italiano; pur avendo ben presente la valenza musicale di gruppi come premiata Forneria Marconi e Banco Del Mutuo Soccorso (e tutto quello che da li nacque) è tuttavia ovvio e doveroso riconoscere alle Orme il merito di aver traghettato la Musica Italiana dal piacevole mare del Beat al tumultuoso oceano del Progressive. Tralasciando per il momento l’epopea prog della Band, soffermiamoci sulla loro comunque notevole stagione Beat, in grado di caratterizzare in modo estremamente valido la seconda metà degli anni sessanta. La nascita del gruppo si deve all’iniziativa del chitarrista veneziano Nino Smeraldi che, assieme al muranese Aldo Tagliapietra, da origine al primo nucleo della Band; con loro ci sono anche il bassista Claudio Galieti e il batterista Marino Rebeschini. Il primo singolo è pubblicato dalla Car Juke Box nel 1967 (dopo che la Emi lo aveva rifiutato) si intitola Fiori e Colori ed è il tipico esempio di brano Beat che ancora risente della Cultura tipica del Flower PowerAssieme a tutta una serie di gruppi che stanno vivendo la loro stagione d’oro, Le Orme si inseriscono in questo sempre più importante segmento del mercato musicale, dimostrando di avere parecchio da dire. Poco dopo l’uscita del 45 giri, ecco la prima svolta: Rabeschini lascia la Band per adempiere all’obbligatorio sevizio militare e, al suo posto, arriva Michi Dei Rossi. Il 1968 è ormai conclamato e  Le Orme si esibiscono spesso al Piper di Roma, acquisendo una certa fama e meritandosi l’opportunità di un nuovo singolo e la possibilità di partecipare all’ormai sempre più celebre Un Disco Per L’estate; per questa incisione viene ingaggiato il tastierista Tony Pagliuca, che si rivelerà fondamentale per il futuro del gruppo. Il brano in questione è Senti l’Estate che Torna, decisamente superiore alla loro prima uscita e degno di essere ricordato come una delle cose più belle di quel periodo; tenuto anche conto che la maggior parte dei brani presenti sul mercato italiano in quegli anni erano cover di brani stranieri, ai quali veniva cucito addosso un testo approssimativo e spesso improbabile. Il 45 giri ottiene un lusinghiero successo e Le Orme, che contano ormai cinque membri, entrano in studio per registrare il loro primo Album: “Ad Gloriam”. Si tratta di un ottimo lavoro: tipicamente Beat ma davvero di grande livello; i musicisti lo incisero ben sapendo che le possibilità di avere successo erano davvero scarse,  il titolo è di per se esplicativo, e questo fornì loro una inusuale  libertà artistica. Come previsto il disco fatto solamente per la gloria non vendette che poche copie, costringendo la Car ad abbandonare la Band al proprio destino. Siamo ormai nel 1969 e, paradossalmente, sarà questa circostanza la chiave di volta che permetterà al gruppo di emergere definitivamente; anche Galieti lascia per obblighi di leva, e Tagliapietra si fa carico delle parti di basso. Gli orizzonti musicali si fanno più ampi, e Pagliuca cerca di indirizzare il suono del gruppo verso altri lidi, incontrando la resistenza di Smeraldi, che vuole invece un sound più incentrato sulle parti di chitarra. La diatriba è insanabile, e Nino sceglie di abbandonare, consegnando di fatto i restanti membri al loro luminoso futuro. Di lì a breve, nella classica formazione a tre, Le Orme pubblicheranno l’epocale “Collage”, vero e proprio cardine sul quale ruota la porta della nuova via musicale italiana. Questo non deve tuttavia far dimenticare la valida, seppur breve, prima stagione della Band, sicuramente degna di essere annoverata tra le pagine più belle dell’ Italian Beat.

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le orme garatti

6 pensieri riguardo “Sulle “Orme” del Beat – di Lino Gregari

  • Maggio 15, 2016 in 7:18 pm
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    Ebbene sì. Avevo solo dieci anni, ma avevo sempre in testa questa canzone. Come dici bene tu, tante belle canzoni di quel periodo erano solamente cover. Capirai la mia cocente delusione, quando scoprii gli originali. Sempre migliori oltretutto. Scoprire che da bambina cantavo a squarciagola e ballavo come un’assatanata una bellissima canzone che in realtà si intitolava I’m a believer, con arrangiamento migliore e testo più furbo.

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    • Maggio 15, 2016 in 8:21 pm
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      Quelli eran giorni…
      tanto per citare un’altra celebre canzone.
      Verissimo Rosanna
      ciao

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  • Maggio 16, 2016 in 7:33 am
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    La notte porta consiglio, così dicono. Cercando di arrivare al posto di lavoro, immersa in mille pensieri, uno è spuntato. C’è una bellissima canzone dei CAMALEONTI: “Mamma mia”. Non è una cover. E’ firmata indovina un po’? Sì Sì proprio loro. La coppia di ferro: Mogol – Battisti. Ho il 45 giri. Consumato ormai, a forza di ascoltarlo. Anch’esso di sapore beat. Copertina fantastica. Rimanda a un caleidoscopio o a una girandola. Colori psichedelici. Molto avanti per l’epoca. (1969 o giù di lì).

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  • Maggio 16, 2016 in 9:35 am
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    beh… mi pare ce n’è abbastanza per abbozzare il prossimo storiacce….

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  • Maggio 16, 2016 in 10:36 am
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    Io ho quasi finito un articolo che mi piace particolarmente. Anche questa è una storiaccia. Da ridere questa volta. L’ho buttato giù, perché nasce da una mia idea (sempre notturna). Quando l’avrò finito ve lo potrei sottoporre. Se non vi piace lo sapete …… non mi offendo ….. de gustibus …. Bye Bye

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