Tom Waits: “Cemetery Polka” (1985) – di Floriana Tosca

Sul sepolcro della mia esistenza sprecata mi sono piegata ed ho pianto. Ho versato una lacrima per ogni illusione, per ogni emozione vana. Ho bagnato la terra nera con il mio strazio preparandolo ad accogliermi come un morbido giaciglio. Ho intonato la melodia più struggente dondolandomi sulla fossa scura come una danza di augurio. Ho proiettato la mia ombra sul fondo del sepolcro in attesa che accolga il corpo stanco. Manca poco, il tempo della mia vita sta finendo e la terra aspetta di cingermi con il suo nero abbraccio che accoglierà il mio corpo inerte fino al dissolvimentoma vaffanculo va. Mi giro, dò le spalle al buco scuro ed esco di buon passo da quella botta di allegria che è il cimitero vuoto. Ho la gola secca e devo bere. Vino. Rosso. Forte. Mentre l’orizzonte ingoia il camposanto e i suoi festanti cipressi entro in un locale e l’allegro tramestio mi abbraccia già. Mi piace. Questo è il posto giusto. Un cameriere carino prende sorridendo il mio ordine e dieci anni di stanchezza scivolano dalle mie spalle dinanzi al suo ottimismo. Tepore. È quello che serve dopo pensieri tristi. Arriva un calice e il nettare degli dei scivola in gola dopo aver accarezzato la lingua come velluto. Tracanno non bevo e subito mi gira la testa.
Ottimo. Un altro decennio di stanchezza finisce nella tomba vuota e spero che i becchini comincino a riempirla di terra inutile. A prescindere da ogni altra ragione che ha condotto il mio spirito verso pensieri mortiferi e senza dover soddisfare ulteriori bisogni, il vino vale già il fatto che io sia in vita. Un altro giro, cameriere. Il brusio cresce con l’arrivo della calca per l’aperitivo serale. Sono rilassata, il vino scorre con il sangue e mi riscalda. Un uomo. Adesso serve un uomo. Alzo gli occhi e guardo intorno trasformando la ressa in singoli individui. Teste brune, i capelli lisci e lunghi delle donne, camicie con il colletto allentato dopo le 17, barbe curate, teste rasate. Intercetto lo sguardo verde di un uomo che mi fissa. Distolgo subito la vista, mi sto sbagliando… è troppo bello per me. Troppo alto. Troppo fisicato. Naaa. Lo ignoro e continuo a scrutare la ressa ma dopo un po’, vuoi per curiosità ma soprattutto per vanità, cerco di nuovo quegli occhi e li trovo. Il rumore sale nelle mie orecchie e senza pormi domande alzo il calice verso di lui accennando un brindisi. È un segnale, lui lascia il bancone e mentre io guardo di sbieco le sue spalle e le sua gambe, si avvicina e si siede accanto. Panico.
In realtà sono un po’ fuori esercizio in certi approcci e non so come comportarmi o cosa dire. Per averlo fissato così sfacciatamente mi sento una “donnaccia” ma l’occhio cupo della tomba vuota mi dà coraggio e sorridendo gli parlo, scopro che è facile. Non sento bene nel frastuono generale tutte le sue risposte ma è rilassante lasciarlo parlare e studiarne i lineamenti. La fronte alta, le labbra nascoste dalla barba che sembrano carnose, le mani poggiate sul tavolino. Vorrei che questo momento non finisse mai ma è il mio turno di raccontare qualcosa e lui mi guarda aspettando. Oddio che devo dire? Troppe cose e nulla si accalcano tra il cervello e la lingua che resta imbrigliata. È troppo complicato narrare i giorni tormentosi che mi hanno portato a fissare buche vuote al camposanto e, in fondo, anche i passi che mi hanno condotto lì dove siamo ora. Biascico sciocchezze vaghe e a lui sembra bastare, ci fissiamo mentre leggo le domande in fondo ai suoi occhi ma tace e a me va bene così.
Sfacciatamente allungo una mano e gli accarezzo la barba, voglio sentire se è ispida e dura ma con sorpresa scopro che è tenera, come toccare una massa di capelli. Che strano. Lui non si ritrae e mi lascia fare mentre con dispiacere ritraggo le dita dalla loro esplorazione. Una legge della fisica afferma che quando si instaura un contatto tra due particelle nessuna di esse tornerà mai come prima, strano che reminiscenze lontane vengano fuori proprio adesso, glielo dico e ride come fosse una battuta. Non mi ricordo molto del poi se non come in una piacevole ninnananna: l’odore della sua auto, le luci del traffico e la rassicurante sensazione di delegare a qualcuno per una volta la scelta di dove andare. Piacevole, molto. La porta di casa sua, le mani che si intrecciano, la scoperta dell’odore aspro della sua pelle, la barba che raschia senza far male, lenzuola bianche. Cazzo quanti sbagli ho fatto nella vita, quanti ne sto facendo, quanti ne farò ancora… e gravi, e di più. L’ho capito ma tra il fumo di questa sigaretta post coitum che sale in alto dolcemente e il buco vuoto, freddo che mi aspetta sottoterra, non c’è gara. Meglio sbagliare vivendo che essere perfetti in una bara. Banale dolcissima constatazione che splende intatta nel groviglio di gambe e lenzuola. Inspiro ancora. In silenzio. Mi godo il momento.

Uncle Vernon, Uncle Vernon, independent as a hog on ice
He’s a big-shot down there at the slaughterhouse
Plays accordion for Mr. Weiss / Uncle Biltmore and Uncle William
Made a million during World War Two / But they’re tightwads and they’re cheapskates
And they’ll never give a dime to you / Auntie Mame has gone insane
She lives in the doorway of an old hotel / And the radio is playing opera
All she ever says is go to hell / Uncle Violet flew as a pilot
And there ain’t no pretty girls in France / Now he runs a tiny little bookie joint
They say he never keeps it in his pants / Uncle Bill will never leave a will
And the tumor is as big as an egg / He has a mistress, she’s Puerto Rican
And I heard she has a wooden leg / Uncle Phil can’t live without his pills
He has emphysema and he’s almost blind / And we must find out where the money is
Get it now before he loses his mind / Uncle Vernon, Uncle Vernon, independent as a hog on ice
He’s a big shot down there at the slaughterhouse / He plays accordion for Mr. Weiss.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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