“Streets of Naples” – di Girolamo Tarwater

Lo ammetto. Non sono uno springsteeniano duro e puro. Se non fosse stato per una chiacchierata con sib probabilmente di Bruce Springsteen avrei apprezzato e amato solo 3/4 dischi. Da “Tunnel of love”, a parte “Streets of Philadelphia” e “the Ghost of Ton Joad”, non sono riuscito a farmi piacere nessun disco. E ora c’è “Western stars” che, finalmente sono riuscito ad ascoltare. Un po’ inatteso come disco, come tenore ma mi sembra che quelli che sono considerati i suoi punti deboli siano invece i suoi punti di forza. The Boss ha rinunciato a qualcosa per parare da qualche altra parte, verso un pop gonfio di archi che balza indietro di qualche decennio, verso un’epopea non ancora rock. Più pop e anche più r’n’r. Sarà per questo rinnovato ascolto che l’altro giorno mi è capitato un fatto che mi ha ricordato lui. Ecco allora il mio omaggio a Springsteen, una storia che forse gli potrebbe piacere. Intanto mi riascolto “Tunnel of love”“The Ghost of Ton Joad”, Streets of Philadelphia e anche “Nebraska”
“I was bruised and battered, I couldn’t tell what I felt. /I was unrecognizable to myself.

Saw my reflection in a window and didn’t know my own face.
Oh brother are you gonna leave me wastin’ away / On the streets of Philadelphia.
I walked the avenue, ‘til my legs felt like stone, / I heard the voices of friends, vanished and gone,

At night I could hear the blood in my veins, / It was just as black and whispering as the rain,
On the streets of Philadelphia.
Ain’t no angel gonna greet me. / It’s just you and I my friend. / And my clothes don’t fit me no more,

A thousand miles / Just to slip this skin.
Night has fallen, I’m lyin’ awake, / I can feel myself fading away,
So receive me brother with your faithless kiss, /Or will we leave each other alone like this

On the streets of Philadelphia”.
Scelgo questo pezzo perché parla di strada, poi capirete. Ma potrebbero andare bene molti altri. Ascolto queste canzoni e sento per l’ennesima volta arrivarmi addosso pezzi di vita, speranze infrante e sentimenti ancora più rocciosi, vagonate di disperata solitudine e autotreni di dolente, invitto coraggio, notti insonni abitate da fantasmi e una generosità compassionevole che non si sa da dove sbuchi fuori, ma c’è. Tanto buio e piccole, straordinarie luci, delusioni su delusioni e fede incrollabile, che anche quando crolla non viene meno… e parole, tante parole, anche se meno di una volta, per dire tutto e niente, parole che partono dal cuore di un uomo e arrivano a un alto cuore. A volte fasciano delle ferite, altre le squarciano ancora di più. Gente semplice, non importante… ma in fondo è quello che conta veramente. Dopodomani incontrerò il papa, ma ciò che mi rende orgoglioso di essere uomo, adesso, è la stima e la gratitudine disperata di Ciro, un avanzo di galera, ma dentro – anche se lui non lo sa – è più bianco del vestito svolazzante del papa. Vallo a trovare, però, questo bianco. Ciro è una persona senza fissa dimora che passa la notte nel dormitorio pubblico. Stamattina è venuto a confessarsi o meglio a sfogarsi da me. Lo conosco da due anni ed è una delle persone più sfortunate che conosca, si è fatto carcere, manicomio, ora dormitorio, con una situazione alle spalle allucinante a livello familiare. Eppure nonostante tutti i casini è un gusto ascoltarlo: è come leggere tre romanzi tutti insieme. Alterna momenti di fiducia ad altri di sconforto. Oggi era uno dei secondi, mi ha molto commosso perché nonostante tutto ha una dignità che gli invidio. Quando mi lamento della mia solitudine mi accorgo di come sono ingiusto nei confronti della vita che invece è tanto generosa con me… Per farla breve, ci sono alcune pratiche amministrative che si sono bloccate e con esse le sue speranze di dare una svolta alla sua vita. Ormai è ben oltre la cinquantina e non può più fare lavori pesanti. Ha un nodulo ai polmoni che andrebbe affrontato… ma è solo una delle tante questioni sospese (la pensione, le cause, la moglie, le figlie…). Alla fine, sconsolato, si è alzato come un cane bastonato. Gli ho dato un bacio, un po’ di soldi (ha avuto il reddito di cittadinanza ma ha consumato i soldi per sdebitarsi con chi l’ha aiutato e per fare la spesa a qualcuno che sta peggio di lui) e la benedizione. Magari settimana prossima verrà tutto contento baciandomi le mani a raccontarmi che forse c’è un avvocato (l’ennesimo) che forse può cercare di sbrogliare la sua situazione, anche se quelli pensano prima di tutto ai soldi e lui soldi non ne ha proprio e intanto qualcuno gli passa davanti. È ripartito col suo trolley pieno di documenti. Mentre se ne andava mi diceva: “lo so che dovrei avere fede, in fondo ne ho passate così tante e me la sono sempre cavata; anche nelle situazioni peggiori Dio – Lui, mica gli uomini – mi è stato sempre vicino, ma arrivano dei momenti in cui non ce la faccio più manco a credere. È da una decina di giorni che non vado a messa, lo so che mi fa bene, ma sono troppo arrabbiato con Lui: adesso non ce la faccio. Devo aspettare che mi passi”. Sulla bilancia, ho messo su un piatto il mio bacio, la banconota e la benedizione, sull’altro c’era lui. Pendeva tutto da una parte.

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