Stratten: “Bologna ’67 ’77” (New Model Label 2012) – di Capitan Delirio

Chi ha vissuto a Bologna sa che è estremamente complesso riuscire a cogliere lo spirito multiforme di questa città, dinamica, eclettica, proiettata nel futuro, che negli ultimi anni sta vivendo un periodo di inconsueta stasi fecondativa. Lo sa soprattutto chi ha vissuto in questo Città nel decennio che porta al 1977, l’anno fatidico delle tensioni socio-politiche, esistenziali, delle lotte sociali, del fermento artistico ribollente in tutti i settori, da quello grafico fumettistico, a quello letterario musicale, che faceva di Bologna un fenomeno di portata internazionale. Il singolo individuo non può cogliere tutti gli aspetti di queste infinite sfaccettature ed essere esaustivo. Ci vorrebbe lo sguardo di centinaia, migliaia di individui. O forse ci vuole lo sguardo di un poeta, che sa rimescolare gli elementi di questo calderone. Un poeta in grado di sondare il proprio stato d’animo personale e poi spersonalizzarlo, che riesce a disintegrare la propria essenza e sensibilità individuale per moltiplicarla, farla in cento, mille. Così recita la poesia Corteo dello scrittore giornalista Vincenzo Bagnoli, in cui il suo sguardo interiore è lo sguardo di ogni interiorità che ha partecipato a quei cortei negli anni in cui la protesta civile aveva ancora una voce solida, anche se quello descritto nella poesia non è un vero e proprio corteo; è una parata che sfila tra finzione e realtà, ed è lui soltanto a partecipare a questa sfilata e a cogliere aspetti intimi, di un’intimità che è l’intimità di ognuno, o marginali, di una marginalità fondamentale. L’importante è che passi, come passa il corteo, come passa il tempo e si logora la città. Dalle poesie di Vincenzo Bagnoli, musicate e arrangiate da Nicola Bagnoli, e cantate da Alessandra Reggiani, nasce “Bologna ’67 ’77” (poesie da cantare e da imparare) degli Stratten: un concept album  che lungo le sue nove tracce racconta delle speranze e delle difficoltà esistenziali, delle memorie che riaffiorano come una febbre leggera, dei turbamenti e della voglia di intravedere la possibilità di un futuro sempre più nascosto. Così come il poeta offre la sua visione anche il polistrumentista Nicola Bagnoli riesce ad elaborare la sua, attraverso le composizioni musicali che ripescano nelle sonorità tutte italiane del Rock-prog degli anni settanta, senza fermarsi ad una semplice riscoperta filologica di quegli anni, ma esplorando anche i groove Rockblues di stampo anglosassone e statunitense, o disegnando trame eleganti con fraseggi stile Jazz, e sfiorando la spensieratezza Pop, quando serve un tocco di leggerezza melodica, ma senza mai cadere o scadere nelle dinamiche del facile ritornello; o ancora, inserendo incursioni di fac-sitar che aprono ad arabeschi orientaleggianti, ma anche a sperimentazioni che incastonano suoni e rumori di tutti i giorni nella partitura. Decisamente determinante il contributo di Ian Zulli in fase di arrangiamento, di Giulio Golinelli alla chitarra, Matteo Dondi alla batteria, Emiliano Colomasi al basso elettrico e della qualità interpretativa della voce di Alessandra Reggiani, in grado di cantare le poesie senza tradirne il senso e il ritmo e capace di passare con estrema disinvoltura da un registro che prevede sfibrata disperazione ad uno che prevede estatica sospensione. Una voce che conduce lungo i versi sempre con intensità rapitrice fino alla fine, anzi, fino all’ultima poesia, perché la fine bisogna guadagnarsela, come dice Vincenzo Bagnoli: “le tele di nuvole basse sono le stesse del ’67”, così come è sempre lo stesso l’eterno dilemma che affligge il poeta, “cerco un racconto le cose che ho visto / ma niente mi rimane e niente sento / le altre parole accanto cancellate / da loro non riavrò le sensazioni”.

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