“Stories For A Friend”: intervista a Gabriele Dodero – di Capitan Delirio

Il disco “Stories For A Friend” di Gabriele Dodero è da poco uscito sui principali canali di distribuzione. Abbiamo incontrato l’autore padovano per farci raccontare qualcosa del suo debutto discografico.
A partire dal titolo sin da subito scattano molteplici curiosità: chi è questo misterioso amico a cui ti riferisci? Ce ne vuoi parlare?
L’amico a cui ho dedicato il disco è una persona che ho conosciuto qualche anno fa, quasi per caso; mi sono accorto subito che la nostra visione di quello che è la musica era molto simile, che ci muovevamo in un terreno comune. La sua casa era piena di dischi, ne aveva dappertutto, ed è una cosa che mi ha fatto molta impressione, (soprattutto in questo periodo fatto di mp3 e musica condensata). Era un vero appassionato di musica, di quelli che si siedono ad ascoltarla senza fare altro: senza telefonare, senza parlare, senza mangiare, e quando metteva un disco gli brillavano gli occhi. Fin da subito mi ha incoraggiato e spronato a registrare un disco, trasmettendomi tutta la passione che aveva. Quando ho iniziato le registrazioni, mi è venuto quasi naturale “rivolgermi” a lui mentre cantavo e suonavo, proprio come se fosse lì con me nello studio. Il fatto che lui non ci sia più, e di non essere riusciti ad ascoltare il disco insieme, è una cosa che mi rattrista ogni volta che ci penso, e spero che dovunque sia, in qualche modo, queste Storie lo possano raggiungere.
Dall’ascolto del disco emerge una tua totale adesione alle forme espressive musicali delle radici afroamericane, come nasce la tua passione per questa arte?
Avevo dieci anni, e un amico mi ha fatto ascoltare una cassetta di John Lee Hooker: rimasi letteralmente stregato dal suo sound, dal ritmo ossessivo, dalla voce cupa e profonda…. da lì ho iniziato ad appassionarmi al Blues, e a “scoprire” a poco a poco tutti gli altri personaggi che hanno fatto la storia e la leggenda di questa musica. Gli studi che ho fatto negli anni, la Musica Classica e il Jazz, potrebbero essere considerati più “elevati” e sofisticati rispetto alle umili origini del Blues; ma è una semplicità solo apparente, che dietro di sé nasconde la vera essenza dell’incastro ritmico e dei suoni ‘”melmosi” che sono la colonna portante di tutta la musica afroamericana.
Si possono fare dei paralleli tra il luogo da cui provieni e quei luoghi in cui è nato il Blues? Hai mai fatto un pellegrinaggio verso quei luoghi sacri?
No, non ho mai avuto, finora, la possibilità di andare nei luoghi del Blues, anche se ovviamente, mi piacerebbe molto andarci. Penso però che uno dei grandi poteri della musica, sia quello di trascendere il tempo e i luoghi: i  tormenti interiori e le domande che l’uomo affronta in ogni tempo e in ogni epoca, hanno sempre la stessa radice comune; va da sé che quindi in un brano musicale ognuno può ritrovare una parte di sé, della propria storia personale.
Essere Blues è più una questione interiore che di stile, quanto ti senti Blues?
La forza del Blues, come dicevo prima, secondo me è proprio la sua apparente semplicità: i suoi racconti, le sue parole, hanno il potere di parlare a tutti e di tutti e, chi sa ascoltare la sua voce, ritrova sempre sé stesso e il suo vissuto nei testi e nelle musiche che i grandi bluesmen ci hanno lasciato. Quante volte capita di sentir dire: “..ma si il Blues si fa presto, son tre accordi…”… ecco, io quando sento queste cose non so mai bene cosa rispondere (e di solito infatti non rispondo proprio niente), perché quei tre famosi accordi è da quando ho dieci anni che cerco di capirli e farli miei e, quando ascolto musicisti come R.L. Burnside, Skip James, Lightnin’ Hopkins, sento che quegli accordi li suonano perché ne hanno la necessità, perché gli escono direttamente dall’anima; ed è proprio in questa direzione che cerco di andare, di portare la mia ricerca.
Nell’album ci sono brani, da te reinterpretati, di autori leggendari del Folk, Blues, Bluegrass… come è nata la selezione di questi autori?
Nel disco ho inserito le musiche di alcuni dei musicisti che amo di più: la vera sfida è stata quella di cercare di dare una sorta di coerenza generale a tutta l’incisione, di far convivere assieme generi musicali che sono sicuramente affini, ma che magari stanno su piani diversi. Mi piaceva l’idea di creare qualcosa di “trasversale”, che potesse attraversare stili musicali diversi facendoli dialogare assieme. Credo, spero, di esserci riuscito, lavorando soprattutto sul sound generale e sugli arrangiamenti.
Ce ne è qualcuno a cui ti senti particolarmente legato?
L’autore a cui mi sento più legato è senza dubbio Guy Clark: quando ho ascoltato per la prima volta il suo brano The Cape, ho pensato subito che mi sarebbe piaciuto registrarlo in un disco. Si può dire che è stato uno degli stimoli principali ad iniziare a pensare a questo progetto. Mi trovavo in un periodo un po’ particolare, musicalmente parlando, iniziavo a sentire l’esigenza di trovare una strada nuova, di spostarmi dal Blues elettrico, aggressivo, sudato, verso qualcosa di più intimo, che mi desse la possibilità di esprimere qualcosa di più profondo. E ho sentito The Cape che, attraverso la storia di un ragazzino che, convinto di imparare a volare, si lancia dal tetto del garage con un mantello improvvisato… parla di chi rischia il tutto e per tutto per affermare la propria identità, le proprie convinzioni. E lì, in quel momento, ho capito che dovevo lanciarmi anche io, che era ora di osare e di mettersi in gioco. Quando l’anno scorso Guy Clark è morto, sono stato veramente male, non mi era mai successo di stare così male per un musicista che viene a mancare, e ancora oggi mi intristisco se penso che lui non è più tra noi.
Affronti anche reinterpretazioni di brani Gospel, quanto conta per te la spiritualità?
Ho ripreso alcuni spiritual tradizionali, I Want Jesus, nell’arrangiamento e nella versione di Eric Bibb, e altri due spiritual, Goin’ Down The Road Feelin Bad e I Shall Not Be Moved. Sono canti antichi, e il loro tema portante è quello della rinascita, e in un certo senso anche della riscossa: nei confronti della vita, e di quello che è andato storto; è un rialzarsi con forza dalla polvere e ricominciare a camminare, con la testa alta e con il cuore pieno di musica e di emozioni da regalare. La cosa che mi piace dei brani spiritual è che partono da una situazione difficile, per arrivare ad un’apertura verso una visione positiva del futuro, e li vedo quindi come uno stimolo a non mollare mai, che è anche il senso della frase che ho voluto inserire nella copertina interna del disco: mai mollare, mai arrendersi, e soprattutto bisogna sempre nutrire i propri sogni.
Hai scelto una dimensione intima e minimale – tu, la tua voce e la chitarra – dimostrando un coraggio fuori dal comune… pensi che questi tempi necessitino di un approccio artistico più sincero in generale?
Dopo anni di esperienze in elettrico, tre anni fa ho iniziato a chiedermi cosa stavo facendo, dove mi stavo dirigendo e… mi è un po’ mancata la terra sotto i piedi. Mi sono preso un momento di pausa, da tutto, per capire me stesso, per vedere la direzione da prendere e, alla fine, ho deciso che dovevo togliere: via gli amplificatori, i cavi, gli effetti, via tutto. All’inizio, e per la verità ancora adesso, mi sono sentito come in carne viva, esposto, senza barriere, ma ho capito che se volevo dire qualcosa di me dovevo eliminare i filtri, solo io e la chitarra. Dal punto di vista stilistico, penso che chi ha ascoltato il disco abbia capito chiaramente che non sono un fan del canto troppo aggressivo e muscolare, ho cercato di andare in controtendenza per creare un’atmosfera coinvolgente, adottando uno stile di canto più minimale ed etereo.
Cosa ti aspetti da questo disco? Hai in programma delle date di promozione?
Il disco verrà presentato il prossimo 7 ottobre al Raduno Blues Made in Italy, sto poi programmando la nuova stagione per promuoverlo. Con questo progetto volevo rompere il ghiaccio, e per farlo ho scelto in prestito le musiche e le parole degli autori a cui sono più legato; ora ho iniziato a lavorare a dei pezzi miei per proseguire la ricerca su me stesso, per mostrarmi come sono.
Grazie Gabriele per la chiacchierata sincera e a risentirci per il prossimo lavoro.
Vi ringrazio per lo spazio che mi avete concesso su Magazzini Inesistenti e vi mando un abbraccio!

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