Sting: “Fragile” (1987) – di Valeria La Rocca

Laura era sempre in ritardo. Non di tanto, solo di qualche minuto. Ogni mattina calcolava il tempo per tutto: lavarsi, la merenda per Minù, gli spiccioli per Giulia sul mobile all’ingresso, il caffè, il caffelatte, i biscotti, rassettare, le tazze nella lavastoviglie, il trucco, la lampo dei jeans, i baci del risveglio, arieggiare le stanze, la divisa della scuola, la borsa, il computer, le chiavi, il foulard. Tutto era calcolato al millesimo, non erano ammessi tentennamenti. Fuori onda. Prevedere l’imprevisto era il suo mestiere, supervisionare, gestire, riempire i vuoti, anticipare gli eventi ed avere il piano di riserva era tutto ciò che andava fatto. Non era possibile rompere l’equilibrio.  Eppure, sulla porta di casa, col giubbotto addosso e le chiavi in mano si ricordava sempre di un dettaglio, futile eppure necessario, trascurabile eppure essenziale. Erano quelli i pochi istanti di sospensione del tempo in cui, dondolando fra un piede e l’altro, si aggrappava alla possibilità. Ogni mattina un “sé conosciuto ed estraneo” le sussurrava piano di fermarsi, di rompere il vetro, suonare l’allarme, di scuotere l’aria con rabbia e di gridare. Poi la voce svaniva, il cellulare era al suo posto in borsa e il gas era chiuso, nessuna scusa. Quattro giri di chiave. Fuori pioveva, ma era previsto. Laura non amava il rock, né le passioni oceaniche dei fans ai concerti. Le faceva paura tutto ciò che potesse far presagire all’abbandono dei sensi, alla rottura di un ordine costituito. La musica aveva sempre rappresentato per lei un’isola nell’oceano, un’oasi nel deserto, qualcosa a cui aggrapparsi per restare a galla, capace di riportarla indietro. L’unica variante che riusciva a tollerare era il rock acustico, il folk jazz di Sting, per il quale covava una passione fuori da ogni logica. Non aveva mai fatto uso di droghe o alcool al punto da perdere la testa o ubriacarsi. Era sempre stata capace di fermarsi un attimo prima del baratro e non era mai caduta giù, per il semplice motivo che sapeva perfettamente che nessuno sarebbe mai sceso fino in fondo con lei per aiutarla a risalire. I sedili in pelle sintetica della Y10 bianca erano scivolosi d’inverno e ad ogni curva che Filippo prendeva troppo stretta per l’inesperienza di una patente fresca fresca di motorizzazione, Laura finiva addosso a Sebastiano. L’epilogo perfetto di una serata passata a bere birra sul muretto in piazza e a ridere per le cazzate era girovagare per le strade con la radio accesa. Era il 1987, Nothing like the sun” di Sting era la colonna sonora della spensieratezza e la cassetta si era consumata a furia di sentirla. Ad ogni curva lui gonfiava i muscoli e la stringeva in un finto abbraccio che sapeva di catene. Solo un paio di sere prima l’aveva riempita di pugni in faccia e le aveva strappato i capelli. Era arrivata cinque minuti in ritardo perché la riunione del Comitato Studentesco si era protratta più di quanto Laura avesse calcolato. Si era lasciata convincere a candidarsi alle elezioni dei rappresentanti contro il parere di Sebastiano che teneva sul muro sopra il letto il manifesto del Duce. L’indomani era spuntato all’Università con un peluche enorme per farsi perdonare e, come ogni volta, Laura ci aveva creduto addossandosi la colpa di tutto. Fragile suonava ancora una volta nelle casse posteriori e a quella curva gli arpeggi di chitarra entrarono direttamente fra il vetro in frantumi e l’orecchio di Laura. Filippo non aveva premuto il freno allo stop e la Y10 aveva cominciato a roteare su sé stessa dopo lo scontro con la Peugeot. All’ospedale l’unico ferito seriamente era Sebastiano che raccontò al padre di Laura di essersi ferito nel tentativo di proteggerla dall’urto, apparendo così l’eroe romantico fra le cui braccia ogni padre sogna di lasciare andare la propria figlia. Quando Laura lesse negli occhi di suo padre un misto di gratitudine e ammirazione indotta per quell’uomo, sentì in un solo istante tutti i pugni che aveva collezionato nella vita e capì che nessuno sarebbe mai sceso fino in fondo con lei per aiutarla a risalire. Capì che la pioggia di domani avrebbe portato via le macchie, ma qualcosa nella sua mente sarebbe rimasto per sempre (Tomorrow’s rain will wash the stains away, But something in our mind will always stay”). Fragile è la vita. Puoi prevedere l’imprevisto, supervisionare, gestire, riempire i vuoti, anticipare gli eventi, avere un piano di riserva… ma così come non puoi sperare che qualcuno schiacci il freno per te, non puoi rimettere insieme i cocci e far finta che non si sia mai rotto. Ad ogni rottura nella vita di Laura, quella canzone riappariva. Le suonava l’arpeggio di chitarra fra l’orecchio e i cocci di vetro e le ricordava di fermarsi a respirare. Era in quei 3 minuti e 54 secondi che il tempo si fermava, la Y10 roteava su sé stessa schiacciandola contro il finestrino e poi atterrava nella posizione di partenza: Stop-Rewind-Play:How fragile we are, how fragile we are…”

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Questo slideshow richiede JavaScript.

2 pensieri riguardo “Sting: “Fragile” (1987) – di Valeria La Rocca

  • Maggio 2, 2019 in 3:24 pm
    Permalink

    Bellissimo racconto, coinvolgente, sembra di viverlo in prima persona, sembra di sentire i pugni sullo stomaco e le schegge del parabrezza sulla pelle…

    Risposta
    • Maggio 4, 2019 in 4:52 pm
      Permalink

      Grazie, era quello che speravo arrivasse: schegge!

      Risposta

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.