Sting: “57th & 9th” (2016) – di ALessandro Menabue

Il nuovo album di Sting, “57th & 9th” è stato descritto da una larga fetta dei media come un ritorno al rock da parte del sessantacinquenne cantante/bassista britannico. Qualcuno ha perfino evocato le atmosfere dei primi album della sua vecchia band, quei Police che con la loro miscela di rock, pop e reggae si imposero come uno dei gruppi più influenti e di successo a cavallo tra gli anni settanta e ottanta. C’è del vero in questa analisi? In una certa misura sì.
In alcuni brani del disco, a partire dal singolo I Can’t Stop Thinking About You, riecheggiano quei passaggi chitarristici che caratterizzavano le composizioni del trio anche se le atmosfere riconducono più ai Police di “Ghost In The Machine” (1981) che a quelli degli esordi: lo si avverte in modo particolare in Petrol Head, la canzone più incisiva e marcatamente rock del disco, una sorta di Demolition Man trentacinque anni dopo. Le altre tracce dell’album paiono invece delineare la volontà da parte di Sting di lanciare uno sguardo retrospettivo sulla sua intera carriera: Down, Down, Down, 50000 (scritta in seguito alla scomparsa di Prince e a lui dedicata) Pretty Young Soldier non avrebbero sfigurato su lavori come “The Soul Cages” (1991) o “Ten Summoner’s Tales” (1993) mentre risulta pressoché automatico accostare l’orientaleggiante Inshallah ad una Desert Rose fortunatamente meno dozzinale. I vertici del disco sono comunque da ricercare nel bel bozzetto acustico di The Empty Chair (ispirata al sequestro e all’omicidio di James Foley da parte dell’ISIS) e soprattutto nella coinvolgente If You Can’t Love Me, elegante ballata dalle tinte jazz. Lungi dall’essere un capolavoro, “57th & 9th” è comunque un album godibile che ha il non trascurabile merito di restituire al pubblico, dopo un quarto di secolo di sostanziale insignificanza artistica, uno Sting ancora capace di scrivere buone canzoni e di trovare ispirazione dagli episodi più nobili del suo repertorio.
Più che il presunto ritorno al rock, la vera buona notizia è questa.

ndr – Al di là del giudizio artistico, spiace constatare ancora una volta quanto siano stridenti e di basso rango le operazioni commerciali di questo tipo. L’Album esce contemporaneamente in tre edizioni diverse:
Standard, Deluxe e Super Deluxe; ovviamente con prezzi diversi. Un disco che dura a malapena 40 minuti e che, con le aggiunte in questione supera di poco i 50 è in realtà una presa in giro per chi lo compra. Se le tracce aggiunte erano necessarie a definire meglio il progetto, allora perché aggiungerle aumentando il prezzo? L’edizione Standard avrebbe tranquillamente potuto contenere il pacchetto completo, senza chiedere più soldi a chi decide di acquistare il disco. Squallidi mezzucci, di cui non abbiamo alcun bisogno…

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