Stills-Young Band: “Long May You Run” (1976) – di Fabrizio Medori

È veramente strano che, in tanti anni di carriera, Neil Young e Stephen Stills abbiano prodotto un solo disco in coppia. Il loro tumultuoso rapporto ha prodotto così tanti capolavori, a partire dai tre dischi dei Buffalo Springfield, che c’è da chiedersi come mai questa sigla sia stata definitivamente sepolta subito dopo l’uscita del disco. Il gruppo aveva appena iniziato la tournée promozionale, quando il canadese, un giorno, invece di presentarsi, fece trovare all’amico un biglietto che più o meno diceva: “Caro Stephen, è divertente che qualcosa che nasce spontaneamente, allo stesso modo, muore. Mangiati una pesca (“Eat a Peach” è il titolo di un fortunato disco degli Allman Brothers) Neil”. È un vero peccato, perché, nonostante la discontinuità e la scarsa collaborazione tra i due, in studio, il risultato è di livello davvero notevole. Come molti sanno, durante le prove per un nuovo disco di Crosby, Stills, Nash & Young, gli altri due furono chiamati dalla loro casa discografica per terminare “Whistling Down the Wire” e mollarono i soci a Miami. Steve e Neil non erano certamente felici della cosa e decisero, così, di utilizzare il materiale già pronto, cancellando tutti gli apporti di David e Graham e di registrare altri brani subito, con la band di Stills.
Long May You Run” (1976) vede, infatti, la partecipazione del percussionista Joe Lala, di Jerry Aiello, che suona piano e organo, del bassista George “Chocolate” Perry e del batterista Joe Vitale. I due titolari si dividono chitarre e pianoforte, mentre Young suona anche l’armonica e lo string synthetizer. Nonostante le premesse, i due dimostrano ampiamente la loro classe stellare, il clima del disco è estremamente rilassato ed è molto legato al suono del tempo in cui è stato prodotto e al posto dove è stato concepito, lasciandosi alle spalle l’aspetto più rock delle passate collaborazioni tra i due chitarristi. Chi si aspettava un disco fatto di lunghe cavalcate chitarristiche rimase colpito da un suono molto più pop e levigato, con qualche spruzzata di country e di rock, come ad esempio in Let it Shine o in 12/8 Blues, ma si tratta di esperimenti che non influiscono sullo stile generale del disco.
Il lavoro si apre con la canzone che intitola l’album, e qui ci troviamo di fronte ad un brano che entra di diritto nell’olimpo delle migliori composizioni di Neil Young, un brano spesso riproposto dal vivo, dedicato all’epoca, “alla sua prima automobile e alla sua ultima signora”. Si tratta di uno splendido folk rock, introdotto da una scintillante armonica, con una strofa azzeccata e un bellissimo ritornello corale, un perfetto solo di chitarra introduce alla strofa finale. Il primo brano proposto da Stills è Make Love To You, un bel pezzo ricco di atmosfera e di dinamica, con un bel solo di organo, un piccolo intervento di Joe Vitale al flauto e un finale dominato ancora dall’organo, che duetta con la chitarra, prima di chiudere con la strofa finale. Torna Neil Young, e la sua Midnight On the Bay strizza prepotente l’occhio al pop raffinato dell’epoca, con le percussioni in primo piano e un accurato lavoro di produzione. La canzone è sicuramente più interessante dell’arrangiamento e merita un ascolto più attento, troppi coretti a volte non aiutano. Nella costante alternanza tra i due è ora la volta del chitarrista di Dallas, che propone Black Coral, ballata solida e matura, con un intro latineggiante e una struttura quadrata e sicura nella quale si inserisce benissimo, ancora una volta, il contrappunto flautistico.
Il primo lato dell’Lp si conclude con Ocean Girl, altro ottimo brano del canadese, appiattito da un suono troppo easy-listening, un diamante immerso in una montatura eccessiva, fatta di coretti, percussioni e uso tutt’altro che modico del wah – wah. Il lato B si apre con un altro pezzo di Young, Let It Shine, nel quale un arrangiamento più consono riesce a far brillare una canzone che forse non è bella quanto Midnight On the Bay e Ocean Girl. La voce è più incisiva, la ritmica è più “ignorante” e le chitarre beneficiano di una libertà timbrica piuttosto efficace. Anche la successiva 12/8 Blues è lontana dal suono commerciale che penalizza quasi tutto il resto del disco, e ne beneficia immediatamente, con un bel lavoro delle chitarre e una ritmica granitica e originale. Torna il suono ipercurato, ma la chitarra prima e la voce, poi, di Neil Young, sono un marchio di fabbrica troppo potente e personale.
Il brano, Fontainebleau, è quasi un talkin’ blues, forse penalizzato da un ritornello poco originale, ma per la prima volta, finalmente, sentiamo il suono lancinante delle chitarre elettriche. La conclusione è affidata a Guardian Angel, nella quale Stills sembra anticipare alcune sonorità degli anni 80. Il cantato si snoda su una base che prende un po’ dalla black music più raffinata e un po’ dalle atmosfere sudamericane tanto care a Stephen. Una distante chitarra fuzz annuncia il bel crescendo finale, che sfuma in un interessante cambio di atmosfera, una porta aperta verso un futuro che non si è ancora presentato.

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