Stevie Wonder: “Songs In The Key Of Life” e altri capolavori – di Alessandro Menabue

Autunno 1974: da pochi mesi Stevie Wonder ha pubblicato “Fulfillingness’ First Finale”, ennesima perla della sua discografia che fa seguito agli imprescindibili “Music Of My Mind” (1972), “Talking Book” (1972) e “Innervisions” (1973). In poco più di due anni l’artista ha scompaginato il mondo del soul grazie ad una serie di intuizioni ed innovazioni che si riveleranno decisive per l’evoluzione della black music. Eppure, a dispetto dell’impetuosa vena creativa e degli ottimi successi commerciali, Wonder attraversa un momento di crisi: sulle scene dal 1961 (a soli undici anni), si sente svuotato e sempre più distante dai meccanismi del music business. All’inizio del 1975 considera seriamente l’idea di abbandonare il mondo della musica e trasferirsi in Ghana per portare il suo aiuto alla popolazione del luogo collaborando con il mondo dell’associazionismo, gettando nel panico i dirigenti della Motown che non vogliono rinunciare al loro artista di punta; per riportare a più miti consigli Stevie, nell’agosto di quell’anno la casa discografica gli sottopone la classica offerta che non si può rifiutare: un nuovo contratto di sette anni per la cifra di 35 milioni di dollari e la completa autonomia artistica.
Wonder non rifiuta e ritorna immediatamente in sala di registrazione. Le sessioni per la realizzazione del nuovo disco – il cui titolo provvisorio è “Let’s See Life The Way It Is” – si protraggono per diversi mesi a causa della cura maniacale di Stevie per ogni dettaglio. I ritmi di lavoro sono febbrili, l’artista trascorre intere giornate senza dormire o nutrirsi e a chi lo supplica di prendersi qualche pausa spiega:
“Quando sento il flusso che scorre non mi fermo fino a quando non si esaurisce”.
Tra tecnici e musicisti vengono impiegate ben 130 persone tra le quali figurano alcuni collaboratori di lusso come Herbie Hancock, George Benson e Michael Sembello. Eppure, a dispetto di un tale dispiegamento di forze, l’apporto dei turnisti è limitato: alcuni brani sono interamente suonati dal solo Wonder che, come nei quattro album precedenti, si cimenta con chitarre, basso, batteria, percussioni, tastiere, sintetizzatori e armonica. Dopo quasi un anno di lavoro, il 28 settembre 1976 Stevie Wonder pubblica il suo nuovo album “Songs In The Key Of Life”, un doppio contenente diciassette brani che nella sua prima edizione è accompagnato da un EP contenente altre quattro canzoni. Un’opera che condensa tutte le folgoranti illuminazioni dei quattro album precedenti, un vertiginoso vortice sonoro che riassume il senso dell’arte di Stevie. Un album che riceve unanimi consensi da parte di pubblico e critica.
Il disco balza immediatamente al vertice della Billboard Top 200 e resta saldamente in vetta per quattordici settimane per poi essere scalzato da “Hotel California” degli Eagles. L’anno successivo si aggiudica il Grammy Award come disco dell’anno; a soli 12 mesi dalla sua pubblicazione viene certificato disco di diamante dalla Recording Industry Association of America per gli oltre dieci milioni di copie vendute. Dal 2005 è incluso nel National Recording Registry della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti d’America in quanto “culturalmente, storicamente ed esteticamente significativo”.
A distanza di quarant’anni, “Songs In The Key Of Life” resta uno scrigno colmo di tesori a cui ancora oggi nuove generazioni di musicisti attingono: canzoni come Isn’t She Lovely, Sir Duke, As, I Wish, Pastime Paradise, Joy Inside My Tears e Village Ghetto Land ancora oggi sono fonte di ispirazione per tante nuove leve, così come sul finire degli anni 70 influenzarono profondamente lo stile di Michael Jackson, uno degli artisti il cui debito nei confronti di Stevie Wonder risulta più evidente. “Songs In The Key Of Life” rappresenta anche quella vetta artistica che il musicista non riuscirà mai più a raggiungere da quel momento. Anno dopo anno quel magico flusso che si impossessava del corpo e della mente di Stevie si farà più flebile, fino quasi a scomparire. Arriveranno gli anni 80, quelli di Part-Time Lover e della melensa I Just Called To Say I Love You, canzone impietosamente dileggiata in una celebre scena del film “Alta Fedeltà”. Oggi, a testimonianza di una creatività ridotta ormai al lumicino, Wonder pubblica dischi col contagocce: due negli ultimi vent’anni. Eppure quanto ha prodotto tra il 1972 e il 1976, quei quattro anni di sublime genialità, bastano a collocarlo tra i più grandi di sempre.
Quei quattro anni valgono un’intera carriera.

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Un pensiero riguardo “Stevie Wonder: “Songs In The Key Of Life” e altri capolavori – di Alessandro Menabue

  • Dicembre 12, 2018 in 12:39 am
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    Che ha “Part-Time Lover” che non va? È un ottimo brano con un bel giro di basso, un beat molto catchy, un bel testo sull’infedeltà coniugale e dei vocal eccellenti da parte di Stevie. Fu una mega hit meritata.
    Lo Stevie Wonder degli anni ‘70 è inarrivabile, è vero! Ma chiunque pensi che abbia perso il suo tocco con il Soul e il R&B negli anni ‘80 ascolti attentamente brani come “That Girl”, “Do I Do”, “Ribbon In The Sky”, “Go Home”, “Overjoyed”, “Skeletons, “You Will Know”, “Free”, lo straordinario album “Hotter than July” del 1980 e molti altri brani.
    Semplicemente dalla seconda metà degli anni ‘80 Wonder ha deciso di virare verso uno stile di musica più accessibile, meno sofisticato e complesso, certo! Ma sicuramente merita rispetto perché vale la produzione della maggior parte degli artisti moderni. Anche negli anni ‘90 e 2000 ha prodotto musica eccezionale! Il suo ultimo album, “A Time To Love” è davvero molto buono.
    “Songs In the Key of Life” rimane comunque senza dubbio il culmine della sua carriera artistica.

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