Stevie Ray Vaughan: “Couldn’t Stand the Weather” (1984) – di Nicola Chiello

Il secondo album di Stevie Ray Vaughan, “Couldn’t Stand the Weather” (Epic Records 1984), non viene di certo ricordato come l’acclamato debutto “Texas Flood” (Epic Records 1983) ma, anche spaziando tra funk e jazz, ne conserva lo stile grezzo e unico e, come secondo progetto (sempre il più arduo), è coerente e all’altezza del primo. E’ l’album che, dopo la fallimentare esibizione del 1982 al Montreux Jazz Festival, lo riporta sullo stesso palco tre anni dopo con Johnny Copeland, con cui duetta in quella che è una versione sublime di Tin Pan Alley (AKA Roughest Place in Town), sesta traccia dell’album. Un blues lento, trascinante, al ritmo di 6/8 e, insieme a Lenny (“Texas Flood”1983) e Riviera Paradise (“In Step” 1989), il brano più morbido della carriera del chitarrista americano. Mentre ci facciamo trasportare dalle dolci frasi della sua Stratocaster, è quasi impossibile non ricordare quel capolavoro di quindici anni prima nato dalla Les Paul di Jimmy Page, Since I’ve Been Loving You (“Led Zeppelin III” 1970) ma, la portata principale dei dischi di Vaughan consiste in blues adrenalinici eseguiti da mani agili come nel caso della strumentale Scuttle Buttin’, breve e fulminante prima traccia, seguita dal brano che da nome all’album. Couldn’t Stand The Weather strizza l’occhio al rock e al funk con un riff solido quanto la sezione ritmica della band, mentre The Things (That) I Used to Do (una ballata scritta nel 1953 da un bluesman del Sud, Guitar Slim), fra le dita di Vaughan si distorce come già in precedenza aveva fatto con le ballad di Jimi Hendrix. L’anima maledetta del più grande Chitarrista di sempre risorge nella cover perfetta di Voodoo Child (Slight Return), che consacra definitivamente Stevie Ray Vaughan: fedele all’originale, fatta eccezione per la durata (la prima dura cinque minuti circa, quella di Vaughan ne dura otto), dall’inconfondibile intro col wah wah al riff  principale, l’esecuzione sfocia poi in improvvisazioni acide che giocano con feedback urlanti. L’album prosegue con Cold Shot e Honey Bee: il primo è un brano a ritmo di Texas shuffle, come la hit dell’album precedente, Pride and Joy e Tell Me e tante altre inconfondibili perle che contraddistinguono Vaughan da altri artisti dello stesso calibro come Eric Clapton, che col suo soprannome, “Slowhand”, non potrebbe essere più lontano dallo stile del collega. L’album si chiude con una particolarità inaspettata: Stang’s Swang è il primo pezzo jazz della carriera di Vaughan, completo di sassofono, walking bass, lo swing di batteria, i fraseggi impeccabili di un chitarrista da cui l’ascoltatore si aspetterebbe blues grezzi e puri e assoli violenti. Anche se il finale può stupire, è all’altezza dell’album e non fa che aumentare la nostra ammirazione nei confronti dell’unico e inimitabile Stevie Ray Vaughan.

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