Steven Wilson: “To The Bone” (2017) – di Capitan Delirio

Steven Wilson è l’esempio più palese di come si possa spaziare tra i generi sempre con estrema disinvoltura e mantenendo un tasso qualitativo di altissimo livello. Nella sua sconfinata e variegata carriera, sia come musicista che come produttore, si è tolto il lusso di sperimentare ogni forma di sonorità esistente, passando dal Dreampop psichedelico, quando era leader dei Porcupine Tree, al Rock sotto i suoi vari aspetti più estremi fino al progressive, affrontando sempre con coraggio il malumore dei sostenitori spiazzati dai continui cambiamenti. Inversione di rotta che si avvera puntualmente anche in quest’ultima produzione “To The Bone”, in cui il songwriter britannico , alla soglia dei cinquant’anni, cerca di ripercorrere le situazioni emozionali legate ai suoi gusti musicali giovanili. Periodo vissuto intorno ai primi degli anni ottanta, in cui un certo tipo di Pop intellettuale sostituiva le correnti Rock, con Peter Gabriel a capitanare la soffice rivoluzione. “To The Bone”, si ispira chiaramente e si avvicina sensibilmente alla musicalità di quel periodo, inanellando una serie di brani che si contraddistinguono per una leggerezza, fortemente percepibile, ma soltanto apparente. Una leggerezza apparente… forse è la formula migliore per descrivere le undici tracce della raccolta. Dagli arrangiamenti al modo di cantare dell’eclettico musicista , tutto è proteso verso il facile ascolto, compresi l’uso del sintetizzatore e il falsetto nella voce, ma ogni leggiadria è irrimediabilmente smentita dalla lunghezza dilatata dei brani, che tornano prepotentemente progressive, e dai contenuti dei testi che affrontano tematiche scottanti. Le parole del brano Pariah, sfilano come veli sollevati dal vento e denudano l’interiorità dell’autore, intimo riflesso della copertina dell’album, intrecciando le voci in un gradevole e inconsueto duetto con Ninet Tayeb, per dichiarare tutta la sua stanchezza, al limite del nauseante, per queste esistenze esposte mediaticamente, per questa comunicazione ininterrotta che non comunica più niente. Tematiche riprese nel pezzo ipnotico People Who Eat Darkness, in cui canta che tutto sembra così vicino e invece è lontano, molto lontano. In Refuge eleva il suo appello per tutti i rifugiati dei mondi sottosviluppati e, nell’interminabile Detonation, racconta degli ultimi attimi di vita di un kamikaze che si fa saltare in aria per un dio guerrafondaio. La leggerezza è soltanto apparente, quindi, ma se si vuole comunque planare e farsi trascinare da ritmi sostenuti, basta lasciarsi andare all’ascolto di Permanating, brano caratterizzato da un arrangiamento in stile Disco Music, tutto da ballare. Chi vuol essere lieve, quindi, lo sia…

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