Steven Wilson: “The Watchmaker” (2013) – di Warden

L’Orologiaio lavora tutto il giorno, fino a notte fonda. Costruisce oggetti, i piccoli occhialini rotondi appoggiati sulla punta del naso, per aiutare la vista indebolita dagli anni trascorsi. Infiltrazioni d’acqua gocciolano lungo le pareti di legno del casolare abbandonato, creano strisce di muffa verdastra lungo i muri. È la maledizione del tempo. Il tempo ha lasciato il suo segno su questo posto. A nulla serve la pazienza con cui l’Orologiaio collega i minuscoli ingranaggi, con dita sapienti che si muovono a memoria, che ripetono gesti piccoli, misurati, eseguiti migliaia e migliaia di volte. C’è silenzio, più di quanto ce ne sia mai stato. Un silenzio tombale. Ogni ora diventa uno spazio vuoto da riempire. Ogni giro di lancette è conquistato con la fatica e la pazienza. Prima i secondi, poi i minuti, infine le ore, tempo trascorso ad eseguire la sua arte con la cura e la minuziosità che lo hanno sempre contraddistinto. C’è silenzio, ma qualcosa fa rumore, dentro la testa dell’Orologiaio. Qualcosa gratta sui muri, all’interno della sua scatola cranica.
Pensieri si agitano nell’oscurità della sua mente anziana, ammalata di lavoro, intontita dall’incedere del tempo. L’Orologiaio seppellisce qualcosa, un segreto spaventoso, nelle profondità dei suoi pensieri. Non serve a niente. Clic. Clac. Clic. Clac. La cosa che è dentro di lui, dentro il suo cervello, si agita, si muove, picchia sempre più forte contro l’interno della sua testa. Alza gli occhi sulle vecchie scale a chiocciola. I gradini di legno portano al piano superiore, dove lui dorme. Ciò che regge tra le mani gli cade, il prodotto di ore e ore di lavoro precipita sul tavolo di legno e si infrange, ma lui non sente il rumore. I suoi sensi sono prigionieri di ciò che c’è sulle scale. La vede chiaramente: una sagoma umana, avvolta nell’oscurità, un mantello con un cappuccio, senza viso. Spire di terrore lo stritolano. Non è reale, non può essere reale. Viene dai suoi ricordi. È solo un’ombra, una creazione della sua mente. Lei non è davvero lì. Distoglie lo sguardo, ma incontra qualcosa di peggiore. Il quadro. Il quadro che ritrae il suo matrimonio con Eliza, mezzo secolo prima. Tutti e due giovani, tutti e due sorridenti, pieni di fiducia per il proprio futuro e di speranza per quel matrimonio. Ma gli occhi di Eliza sono fissi su di lui, sbarrati, vitrei.
Un quadro può avere occhi vivi? Lo sguardo lo inchioda sul posto. Lo sta guardando. Lo sta cercando, e l’ha trovato. Dopo che lei è morta, l’Orologiaio avrebbe voluto togliere i quadri dalle pareti, spostare i mobili, cambiare ogni cosa. Anestetizzare i ricordi. Non ce l’ha fatta. La forza dell’abitudine ha avuto la meglio su ogni suo buon proposito. D’altronde, cinquant’anni di matrimonio non si cancellano dall’oggi al domani, giusto? Non si può fare finta che non sia mai esistito. L’Orologiaio torna a guardare le scale. La sagoma non c’è più. Esala un lungo, lunghissimo sospiro di sollievo. Guarda di nuovo il quadro. Eliza non lo sta più fissando. Lo sguardo della donna nella fotografia è tornato quello privo di vita di un’istantanea. Ogni giorno vede quell’ombra, ogni giorno è lì, sulle sue scale, e ogni giorno il quadro lo fissa. Eliza non è più con lui, ma lo sta guardando. Quell’ombra appartiene a lei, al passato. Il suo ultimo istante di vita, in cima alla tromba delle scale. Poi la spinta, la caduta, l’urto. E la tomba. Scavata di fretta dall’Orologiaio stesso, nel retro del giardino. Quasi gli sembra di sentire la pioggia di quella notte cadergli addosso, l’odore della terra umida in cui era sprofondato fino alle ginocchia.
Le persone non sono come gli orologi: se si rompono, non si possono riparare. Ed Eliza, sfiorita la bellezza e la gentilezza della giovane età, diventata ormai una vecchia strega, aveva detto qualcosa di troppo. La caduta dalle scale l’ha spezzata, e allora che avrebbe potuto fare, lui? Chiamare un’ambulanza, così avrebbero avvertito la polizia, per via della morte sospetta? Assolutamente no. Si era preso lui cura di sua moglie. Dopo cinquant’anni di matrimonio, non avrebbe potuto essere altrimenti. Cinque decenni di compromessi e di condivisione dei disagi della vecchiaia, mentre i loro corpi perdevano la forza a poco a poco. L’Orologiaio appoggia gli strumenti del mestiere sul tavolo. Questa sera l’ombra lo ha turbato molto, perché era più vicina degli altri giorni. Si è sentito fin troppo osservato. Perciò prende una decisione: infila il cappotto, il cappello, prende il bastone da passeggio ed esce nel cortile, nell’oscurità.
Gira sul retro, dove assi di legno marcite coprono la terra smossa. Lei è lì sotto. L’Orologiaio vorrebbe inginocchiarsi, ma le sue 
vecchie giunture  glielo impediscono. Si toglie il cappello e resta così, con le mani in grembo, a fissare la tomba. “Eliza, Eliza cara”. L’Orologiaio sospira. Inizia a parlarle. Le racconta la verità, tutta la verità. “Eliza, mia cara, c’è una cosa che devo dirti. Non ti ho mai amata davvero, ma mi manchi lo stesso. Per favore, smetti di tormentarmi”. Già. Lei era un compromesso, aveva scelto di accontentarsi pur potendo cercare qualcosa di meglio. Eppure è così triste che lei non ci sia più. Quasi non gli dispiacerebbe che fossero ancora insieme. Mentre formula quell’ultimo pensiero, una mano si posa sulla sua spalla. È gelida come il ghiaccio, pesante come una pietra tombale. Allora l’Orologiaio capisce. L’ombra sulle scale non è più soltanto un’ombra. Lei è tornata a prenderlo.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Questo slideshow richiede JavaScript.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: