Steven Wilson: “The Raven That Refused To Sing (And Other Stories)” (2013) – Nicholas Patrono

Nella corrente di band neo-progressive, che potremmo definire discendenti di Genesis, Gentle Giant e di tutta la generazione dei padri del progressive anni 70-80, una formazione che si è particolarmente distinta e quella dei Porcupine Tree. Fondati nel 1987 da Steven Wilson, cantante e polistrumentista, nonché artista poliedrico e lavoratore instancabile, i Porcupine Tree si sono ritagliati una discreta fetta di successo negli anni 90 e 2000, fino al momento del loro scioglimento, avvenuto nel 2010. Wilson ha proseguito da solista la propria carriera musicale, producendo cinque album in studio: “Insurgentes” (2008), “Grace for Drowning” (2011), “The Raven that Refused to Sing (and Other Stories)” (2013), “Hand. Cannot. Erase.” (2015) e “To the Bone” (2017), oltre a due EP e due live-album. Artista raffinato e dal gusto ricercato, l’ex frontman dei Porcupine Tree si presenta, per certi versi, come una rarità nel contesto musicale moderno. Una caratteristica che lo differenzia dalla maggior parte dei prodotti di successo mainstream è la raffinatezza e la ricercatezza delle sue composizioni. Certo, con il recente “To the Bone”, Wilson ha virato su tonalità più pop, ma i suoi primi dischi sono di ben altro tenore. Se i Porcupine Tree, ai loro albori, mostravano senza vergogna le influenze floydiane, Wilson ha proseguito. L’artista britannico si mostra affezionato alle sonorità e alle costruzioni melodiche anni 70-80 e, cosa altrettanto importante, alle dinamiche. In tutta l’industria musicale moderna si sta verificando un fenomeno definito loudness war”: vi è una tendenza a registrare e produrre musica ad un livello di volume sempre maggiore. Il motivo? Un brano con un volume più alto colpisce maggiormente l’ascoltatore. Si è arrivati ad annullare le dinamiche: il volume è tanto alto che ci si dimentica che cosa sia un piano, un forte, un crescendo. È tutto sacrificato a favore di un fortissimo sempre uguale a sé stesso. Wilson non prende parte alla loudness war” e concede riposo alle orecchie degli ascoltatori. Gli omaggi di Wilson al prog “vecchia scuola” non finiscono qui, dato che ha prodotto “The Raven That Refused To Sing (And Other Stories)” con Alan Parsons, che lavorò con i Pink Floyd come tecnico del suono alla produzione di “The Dark Side of the Moon” (1973). Parsons però non è il solo nome illustre: da notare, tra gli altri, Guthrie Govan alla chitarra e Marco Minnemann alla batteria. Anche grazie a questa valida componente strumentale, il disco di Wilson si presenta da subito, nelle ritmiche, nelle scelte armoniche e melodiche, una rivisitazione in chiave attuale del prog anni 70, a cui il musicista britannico è così legato. Dell’artista, a livello musicale, si è già detto molto; vale la pena spendere due parole riguardo ai testi, specie oggi, nell’epoca in cui si cantano canzoni che snocciolano banalità e superficialità a iosa. “Il corvo che non volle cantare (e altre storie)”: questo titolo introduce l’ascoltatore a ciò che sarà il disco, ossia una raccolta di sei brani che narrano storie, tutte legate al sovrannaturale e, in particolare, al tema della morte. La musica è un veicolo attraverso cui le parole prendono forma e vita, e le immagini si creano nella mente di chi ascolta. È sorprendente la facilità con cui Wilson riesce a toccare le corde del dolore negli ascoltatori, in un connubio testo-musica che non risulta mai banale. Il brano di apertura, Luminol, narra la storia di un musicista di strada che strimpella e canta, un uomo che è sempre lì, in qualsiasi condizione atmosferica, tanto inquadrato nella propria routine che nemmeno la morte farebbe differenza per lui. Morire, diventare un fantasma, non cambierebbe nulla: egli è già un fantasma per certi versi, anche se è ancora in vita, perché è ignorato da tutti. La struggente Drive Home narra la storia di due innamorati che stanno viaggiando in auto, di notte, quando all’improvviso la ragazza scompare. Sarà poi il suo fantasma a ritornare e spiegare al ragazzo cos’è accaduto: un incidente, un trauma rimosso perché troppo doloroso per essere ricordato. La successiva The Holy Drinker riprende le movenze più grintose di Luminol, ma si avverte un’atmosfera diversa, più cupa. Il “santo bevitore” di cui parla il titolo è un personaggio religioso, un concentrato di ipocrisia bigotta e moralista, che riprende e giudica gli altri, sebbene egli stesso abbia il vizio del bere. Lo sfortunato sfida il Diavolo ad una gara di bevute… con prevedibili conseguenze nefaste. È poi la volta di The Pin Drop, breve pezzo dalle atmosfere quiete e malinconiche. Qui la storia è narrata dal punto di vista di una moglie defunta, uccisa e gettata nel fiume dal marito. Lei narra come i conflitti e le tensioni irrisolte all’interno della coppia siano rimasti sopiti, come dimenticati, fino a che il rumore di una spilla che cade (the “pin drop” appunto) ha scatenato conseguenze devastanti e ha distrutto ogni cosa. Inizia a questo punto la parte conclusiva del disco, con gli ultimi due brani, forse i più suggestivi e commoventi. Il tema di The Watchmaker ricorda il pezzo precedente: il protagonista è un meticoloso e instancabile orologiaio che, dopo 50 anni di un matrimonio durato grazie all’assuefazione alla routine, uccide la moglie e la seppellisce sotto il pavimento. Il fantasma della moglie torna a prenderlo con sé, perché è passato troppo tempo perché possano separarsi. È poi la conclusiva title-track a spezzare definitivamente il cuore: un uomo anziano, giunto alla fine della sua vita, ripensa alla sorellina, morta quando era piccola. La sorellina cantava per lui, quando erano bambini. L’uomo si convince che un corvo che abita nel suo giardino sia una sorta di reincarnazione o manifestazione della sorella, e lo implora di cantare per lui… ma il corvo è solo un corvo…e non canta. Non resta che fare i complimenti a Wilson: non solo per il valore musicale dell’opera, ma per la sensibilità con cui ha saputo narrare le storie. In un’epoca dove la musica è divenuta più che mai superficiale, c’è un grande bisogno di artisti così, che sappiano produrre una formula dall’alto valore artistico ed emotivo, e che sia allo stesso tempo accessibile a tutti.

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