Steven Wilson: “Routine” (2015) – di Warden

Ventottesimo giorno. Nulla è cambiato, a parte il rimpianto, e la maledizione che la febbre l’ha costretta a subire. I suoi incubi sono orrendi, e quando la Madre si sveglia, nella grande casa vuota, il sole è già sorto. I terrori notturni, le automobili accartocciate l’una nell’altra, le fiamme che divorano le lamiere, tutto svanisce. È un giorno come gli altri, una mattina autunnale di nebbia e pioggia, come piace a suo marito. I suoi figli preferiscono il sole, invece, perché possono correre fuori, a giocare con gli amici, ma prima o poi crede che li convincerà ad apprezzare i mesi più freddi. Sente un peso caldo sulle gambe. È Pat, il gatto rosso e ciccione. Immerso nella sua pigrizia felina, Pat si stiracchia e salta giù dal letto, facendo le fusa. Per lui, non è cambiato niente. Per lui, è ora di colazione. La Madre scende dal letto, le sue gambe sono magre, ultimamente non mangia molto. Riesce a reggersi in piedi, ma cammina barcollando, tanto magra che sembra uno spettro in vestaglia. Entra in bagno, si lava la faccia, inghiotte un paio di pillole, una per il cuore, una per evitare i brutti scherzi del suo cervello. Scende le scale, con Pat che miagola, che fa le fusa sempre più forte, pregustando il pasto.
Riempie di cibo la sua ciotola, poi prepara la colazione per lei e suo marito, come sempre. Lui è a lavoro, fa il turno di notte, tornerà presto, come ogni mattina, poi vedrà la colazione già pronta e la riempirà di amore e gratitudine per quel piccolo gesto. I suoi figli vanno ancora alle scuole medie, ma sono abbastanza adulti da prendere l’autobus da soli, e sono più mattinieri di lei, devono essere già partiti. Guarda per un attimo il cesto dei panni nel bagno, se ne accumulano sempre tantissimi, ma oggi è quasi vuoto, ci sono solo cose sue: la camicia che le ha regalato suo marito lo scorso Natale, della biancheria, una vestaglia da notte. Si siede a sorseggiare un the caldo e guarda fuori dalla finestra. La pioggia scorre sul vetro, sembra quasi che sia ancora notte, gli alberi spogli nel giardino paiono creature infernali venute a prenderla. Sente un rumore, si alza, apre la porta. Suo marito torna sempre a quell’ora, e quando piove lascia impronte bagnate sul pavimento; le puliscono insieme, sempre, un piccolo gesto che consolida la loro unione. Ma fuori, sotto la pioggia, non c’è nessuno, solo il cortile infangato, e quel rumore che ha sentito è uno degli scherzi del suo cervello. Per oggi, passa da sola l’asciugamano a terra, anche se non c’è nessuna macchia da pulire. Ritorna in cucina, la colazione per suo marito si è raffreddata. Il tempo passa, moscerini vi si posano sopra fino a che non diventa tutto immangiabile.
Butta via la colazione del marito, lava i piatti con pazienza, e si siede ancora. Aspetta. Si fa ora di pranzo, i bambini saranno a casa a breve. Prepara il pranzo per quattro persone. Apre le finestre, anche se piove, per cambiare l’aria. I profumi del pranzo se ne vanno là fuori. Mangia metà della sua parte, poi lo stomaco si chiude, come le succede sempre, negli ultimi tempi. Gli altri piatti si raffreddano, e ancora è costretta a buttare tutto via. Questa volta lascia piatti e posate nel lavello, senza curarsi di pulirli. Pat si struscia contro le sue gambe. Gli dà dell’altro cibo, poi sale al piano di sopra e sistema il suo letto. Il disordine delle coperte è un’eco dei suoi incubi. Le sistema, per non doverci pensare, poi passa alle camere degli altri. I bambini sono bravi, rifanno da soli i propri letti. Quando entra nella stanza l’aria sa di chiuso, il cubo di Rubik che volevano imparare a risolvere è sul pavimento a prendere polvere, e i letti sono già fatti. I loro pupazzi preferiti, un orso e una giraffa, la fissano con occhi tristi che non possono vederla. Torna al piano di sotto. Inizia a pensare a cosa preparare per cena, per la ventottesima volta da quando è successo. Per la ventottesima volta, aspetta il loro ritorno, anche se è impossibile, anche se nessuno tornerà. La sua unica compagnia è Pat, con il suo appetito instancabile e il suo affetto capriccioso. Poi c’è il silenzio, che troppo spesso si tramuta in un vuoto opprimente, che acuisce le sue crisi di panico… e fa tornare quei flash, i ricordi dei frammenti di tergicristallo sparsi in mezzo alla strada, che scricchiolano sotto le scarpe come giganteschi scarafaggi.
Resti carbonizzati di lamiera. Continua a rivedere tutto nei suoi sogni, è successo proprio davanti al vialetto d’ingresso, di ritorno da una gita a cui lei non aveva partecipato per colpa di una febbre improvvisa. Se non fosse stata male, si sarebbe trovata nella stessa auto, e ora sarebbe insieme agli altri. La Madre chiude gli occhi e si chiede quando tutto finirà. Poi li apre, perché la tentazione di trovare una soluzione è sempre più forte. Si alza, guarda fuori dalla finestra. Cerca il ramo più robusto tra gli alberi del giardino.

What do I do with all the children’s clothes / such tiny things that still smell of them
And the footprints in the hallway / onto my knees scrub them away
And how to be of use make the tea and the soup / All of their favorites throw them away
And all their schoolbooks and the running shoes / Washing and cleaning the dirty still sink
Routine keeps me in line / Helps me pass the time / Concentrate my mind / Helps me to sleep
And keep making beds and keep the cat fed / Open the Windows let the air in
And keep the house clean and keep the routine / Paintings they make still stuck to the fridge
Keep cleaning keep ironing / Cooking their meals on the stainless steel hop
Keep washing keep scrubbing / Long until the dark comes to bruise the sky / Deep in the debt to night
Routine keeps me in line / Helps me pass the time / Helps me to sleep
Routine keeps me in line / Helps me pass the time / Helps me to sleep
The most beautiful morning forever / Like the ones from far off, far off away
With the hum of the bees in the jasmine sway / Don’t ever let go / Try to let go
Don’t ever let go / Try to let go / Don’t ever.

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