Steven Knight: “Locke” (2013) – di Maurizio Fierro

“Quando sono andato via dal cantiere, soltanto due ore fa, avevo un lavoro, una moglie, una casa e ora non ho più niente, solo me stesso e l’auto in cui mi trovo. E sto guidando, tutto qui”. Sì, è davvero tutto qui “Locke”, presentato fuori concorso alla 70ª edizione della Mostra internazionale cinematografica di Venezia nel 2013, riassunto nelle parole che a un certo punto il protagonista (che dà il nome al film) rivolge al suo sostituto, che dovrà provvedere affinché la più grande colata di calcestruzzo d’Europa vada a buon fine. Steven Knight (già sceneggiatore di Stephen Frears in “Piccoli affari sporchi” e di David Cronenberg in “La promessa dell’assassino”) scrive e dirige un film claustrofobico in cui l’unico interprete visibile è un uomo alla guida della sua auto, alle prese con tutta una serie di telefonate che, di volta in volta, gli permettono di diventare marito, padre, amante, impiegato, datore di lavoro… e ci consentono di familiarizzare con personaggi senza volto e senza corpo… solo voci, nient’altro che voci che esprimono rabbia, paura, sconforto e a volte anche gioia. È un canone di narrazione che rispetta le tre unità aristoteliche, quello di Steven Knight: il tempo, il luogo e l’azione. In macchina, in un’ora e mezza di viaggio, percorrendo l’autostrada che da Birmingham porta a Londra, si compie il destino di un piccolo eroe dei nostri tempi. Perché è tale, il capo cantiere Ivan Locke, interpretato da un grandissimo Tom Hardy, un eroe anonimo come a volte se ne possono incontrare; uno di quei “bodhisattva della quotidianità” alle prese con un duplice viaggio: quello concreto, in linea retta, percorso di notte, e quello metaforico, condotto dentro si sé. Se il telefono in viva voce è una sorta di regista occulto che permette al nostro eroe di raccontarci la vita di “prima”, è il padre di Ivan Locke (“quello stronzo di mio padre”, come lui lo definisce) l’altro protagonista del film. Una presenza immateriale ma al tempo stesso ingombrante, che incombe nell’abitacolo della macchina per tutta la durata della pellicola ma che risulta necessaria per consentire la progressiva agnizione del protagonista, quasi un lento disvelamento verso quello che sarà il nuovo Ivan Locke, quello della vita di “dopo”. “Ivan, non ti riconosco più”, gli dice a un certo punto Gareth, il suo capo, poco prima di licenziarlo in tronco. Perché si sta allontanando da Birmingham ma anche da se stesso… Locke, dalle certezze e dalle sicurezze di un’esistenza apparentemente normale, se non felice. E quel qualcosa di controintuitivo che esprime il film, che racconta sì del suo lavoro, della sua famiglia, di Katrina, la moglie, di Sean, di Eddie, i figli, e di Bethan, che lo sta attendendo in ospedale e che sta per donargli una nuova vita… senza però mostrarci una sola sequenza di tutto questo: ecco, quel qualcosa, quella zona cieca, quella sorta di stanza interiore, è in definitiva tutto ciò che la pellicola del regista inglese vuole mostrarci. Ha abbandonato il cantiere alla vigilia del “progetto Park”, una fondamentale operazione edilizia per la società in cui lavora, sapendo di andare incontro all’inevitabile licenziamento; ha lasciato la famiglia dimenticandosi dell’appuntamento con mogli, figli e salsicce davanti allo schermo della tv che trasmette un’importante partita di Premier League, e ha intrapreso un viaggio che va in contromano nella sua vita. La nuova destinazione della sua esistenza è il “St Mary’s” Hospital, dove lo attende Bethan Mc Guire, una donna che conosce appena e con la quale ha vissuto l’avventura di una notte. Una donna che nemmeno ama. Però, lì, in quell’ospedale, sta per nascere una nuova vita, e anche il nostro eroe quotidiano rinascerà a nuova vita. La macchina che lo trasporta verso quella destinazione è come se lo stesse conducendo alla radice del suo dolore… un viaggio senza sconti e lui lo sa. Il padre lo ha abbandonato, da ragazzo e, peggio, si è poi ripresentato quando lui aveva 23 anni, con tutta la debolezza di una figura patetica ricomparsa fuori tempo massimo. Non voleva dargli il cognome, ci fa sapere il protagonista in uno dei suoi dialoghi con lo specchietto retrovisore, come se quel “vecchio stronzo di suo padre” fosse lì con lui, seduto sui sedili posteriori. “Guarda e impara, cazzo”, gli dice a un certo punto Ivan sfidandolo, “sto andando in quella direzione e al mio arrivo ci sarà un uomo nuovo. Questa donna è molto infelice e sola e ha perso la voglia di vivere. Mi dispiace per lei. Come può essere questa la differenza fra il bene e il male?”. Già: qual è la differenza fra il bene e il male? Fare la cosa giusta? Rinunciare all’eredità del padre e, rinascendo, ucciderlo una volta per tutte?  Sembra un orizzonte a precipizio… quello che si presenta davanti al nostro eroe della quotidianità. Nonostante tutto, nonostante la sbornia di eventi contrari che hanno incasinato la sua vita, non deve smaltire alcun hangover, Ivan Locke, quasi che la visione tersa e abbacinante del dolore gli consenta di vedere con altri occhi il suo nuovo stato generale delle cose. Empatizza, Ivan Locke. Si assume la colpa e porta fino in fondo le conseguenze del suo errore di una notte lontano da casa, in cui ha incontrato quella donna, Bethan. Non c’è amore, ma il senso di responsabilità può condurre al sacrificio, e non importa se si deve perdere il lavoro, una moglie e una casa. “Non è importante quale sia il problema. Puoi sempre fare la cosa giusta, come col calcestruzzo e mattoni”, dice in una telefonata al suo sostituto. Sì, anche lui sta cercando di fare la cosa giusta. “Dicono che il cordone ombelicale è come un cappio. Ti tiene legato alla vita ed è un cappio allo stesso tempo”, gli confessa Bethan durante una telefonata convulsa. Già: un cordone ombelicale si sta per spezzare… e il cappio che lo teneva legato alla vecchia vita si sta per sciogliere. Tornerà a casa dalla sua famiglia? Sarà tutto come prima? Forse, ma prima deve sistemare tutto, Ivan Locke. “Il lavoro è sistemato, le dodici pompe funzioneranno, il blocco stradale ci sarà, i cancelli nord, sud e ovest faranno passare un quarto del calcestruzzo, Katrina si calmerà, il bambino nascerà, domani sarà tutto a posto, e cosi che deve andare, questa è la mia preghiera; il bambino nascerà e quando avrà sei o sette anni avrà il suo cognome, Locke”, Locke va bene, è un buon cognome, io l’ho ripulito”, si dice rassicurandosi quando mancano pochi chilometri per arrivare a Birmingham. Perché poi è la volontà di riconoscersi e, in definitiva, di salvarsi, uno dei compiti dell’eroe. Riconoscendo il figlio che sta nascendo riconosce se stesso, l’ex capo cantiere e ormai quasi ex marito… e alla fine si salva. “Ivan, stai arrivando?”, gli chiede Bethan nell’ultima scena del film, dopo avergli fatto ascoltare i primi vagiti della nuova vita venuta alla luce. “Certo”, risponde lui. Sì, ha fatto la cosa giusta, Ivan Locke.

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