Steven Craig Zahler: “Bone Tomahawk” (2015) – di Maurizio Fierro

Se volessimo giocare con i generi musicali per definire un film, e pensassimo a quale categoria assegnare una pellicola come “Bone Tomahawk” – regia di Steven Craig Zahler, presentato al Fantastic Fest di Austin, Texas, nel 2015 – credo che la più pertinente possa essere il metal rock. D’altro canto, se il suddetto regista suona in una tostissima band chiamata Realmbuilder (quello che picchia come un ossesso sulla batteria è lui) e prima ancora, con lo pseudonimo di Czar, nei Charnel Valley, un gruppo dark metal del sottobosco newyorchese l’accostamento viene spontaneo. Strano personaggio, Zahler. Dopo anni trascorsi a scrivere sceneggiature e a lavorare come direttore della fotografia per gli Studios, da circa un decennio questo quasi cinquantenne di Miami ha deciso di accendere la lampada che conteneva il genio della creatività e, proprio come avviene con lo zuihitsu, il genere letterario giapponese che esalta l’arte rapsodica di creare in piena libertà, ha cominciato a dar sfogo al proprio talento fregandosene delle liturgie atee di Hollywood. In una sorta di mindfulness all’interno del proprio immaginario, Zahler ha pubblicato romanzi (“A Congregation of jackals” (2010), “Wraiths of the broken land” (2013), “Corpus Chrome, inc” e “Mean business in North Ganson Street” (2014), “Hug Chickenpenny” (2018) e “The Slanded Gutter” (2020), mentre la sua graphic novel di debutto, “Forbidden Surgeries of the Hideous Dr. Divinus“, è prossima all’uscita. Craig Zahler ha anche inciso dichi con le sue band, e diretto e sceneggiato film, quasi a non voler sprecare nemmeno un grammo del proprio talento.
Ma torniamo a “Bone Tomahawk“, la pellicola con la quale esordisce su grande schermo e alla musica. Già, perché viene da chiedersi con quale beat il batterista Zahler dà ritmo ai centotrentadue minuti di proiezione. Ritmi binari, ternari, i classici 4/4… d’accordo, ma soprattutto dritti, senza eccessive elaborazioni personali. Privi di tecnicismi che possano frapporsi al mood. Un minimalismo aderente allo script. Essenziale. Come i dialoghi: basici, informali, spesso laconici. Un evidente lavoro di sottrazione. Un continuo domandarsi: “é utile?”, in uno sforzo teso a scansare il superfluo, a impedire che qualsiasi tipo di sovrastruttura stilistica possa intralciare e appesantire la somma artistica. Forse è questo il contributo più evidente che il musicista e paroliere Zahler dona al regista Zahler. Ma in un continuo gioco di ruoli, ecco apparire il narratore omonimo perché, come si usa dire, la sorpresa è dietro l’angolo. Ed è infatti proprio la sorpresa, e il suo effetto correlato, l’apporto che lo scrittore porta in dote al se stesso regista.
Inventare l’inaspettato
. Sia esso un momento di comicità beffarda, sia esso un improvviso accesso di violenza splatter. Il processo di scrittura, d’altra parte, lo esige e il regista lo fa proprio, spostando di qualche centimetro più in là i confini di genere. Perché poi quando si tiene a distanza ogni pretesa di perfezione, a rimanere sulla scena sono solo personaggi imperfetti. Come quelli che appaiono in questo western classico (Bright Hope, il villaggio del film, è un luogo di frontiera quasi ai confini del nulla, un avamposto di civiltà oltre il quale incombe una geografia selvaggia e oscura) ma nello stesso tempo atipico, comico in certi momenti ma raccapricciante come un dipinto del Goya in altri (“il sonno della ragione genera mostri” quelli di Zahler sono mostri cannibali), con alcune scene horror a marchiarne il confine di genere (come altre pellicole crossover, scontato il debito nei confronti di Wes Craven e del suo “Le colline hanno gli occhi” del 1977) e “avversari” che si spingono oltre il limite dell’immaginabile, avversari all’estrema potenza, addirittura pellerossache si nutrono delle loro stesse madri” (come afferma un indiano civilizzato che si rifiuta di inoltrarsi nei loro territori, perché “non tutti gli indiani sono uguali, come potreste credere voi uomini bianchi”, frase che rappresenta l’unica concessione del regista al politically correct del revisionismo di genere).
A dare la caccia ai selvaggi, in un intreccio di declino e genialità che sa di sfida romantica (i trogloditi hanno rapito un assistente dello sceriffo e una giovane donna, Samantha O’Dwyer (Lili Simmons) è lo sceriffo Franklin Hunt (un Kurt Russel restituito a un ruolo western quasi in contemporanea con il tarantiniano “The Hateful Eight” del 2016). Gli altri personaggi sono il suo stravagante vice Chicory (Richard Jenkins), una sorta di saggio lunatico che parla non stop e senza filtri, un misterioso pistolero, John Brooder (Matthew Fox) e il marito della rapita (Patrick Wilson). Alternando l’anticlimax di un umorismo sfuggente e lunare come certi dialoghi di David Lynch ad autentici momenti di tensione drammaturgica, l’avventura filmica del manipolo vira verso un lieto fine che, tuttavia, lascia un non so che di retrogusto amaro nella bocca dello spettatore. Ma poi, non è forse questa la sensazione che si esige da chi vuole sorprendere? Perché alla fine si salvano i lunatici, gli stravaganti (a Chicory spetta l’onore dell’ultima inquadratura), quasi a voler riconoscere chi, in mezzo all’inferno, non è all’inferno, e quindi farlo vivere, durare. Magari alimentando la loro unicità, l’anticonformismo estremo. Il loro bisogno di essere metallari, dentro.

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