Steven Brown: “Brown Plays Tenco” (1987) – di Fabrizio Medori

Steven Brown, cantante, tastierista, clarinettista e sassofonista dei Tuxedomoon, così come il suo alter ego Blaine L. Reininger, quando può sfoga la sua fantasia in piccoli progetti solisti, nonostante la libertà creativa ed espressiva della band permetta loro qualsiasi tipo di divagazione. Il gruppo californiano si è stabilito in Europa da diversi anni, facendo base a Bruxelles, ma i Tuxedomoon hanno un debole per l’Italia, dove vengono ogni volta che possono. Brown si innamora della musica italiana e decide di rendere omaggio ad un cantautore scomparso una ventina di anni prima, in una tempesta mediatica che un americano come lui difficilmente potrebbe mai comprendere. Una delle cose più importanti del progetto è infatti la distanza tra l’interprete e la mitologia che circonda il cantautore, la facilità con cui Brown riesce ad assorbire la musica di Luigi Tenco con meno pregiudizi rispetto a qualsiasi ascoltatore italiano, molto più facilmente influenzabile dalla leggenda cresciuta negli anni intorno al personaggio. La scelta del repertorio da affrontare cade su cinque tra le più conosciute canzoni di uno dei più geniali esponenti della cosiddetta scuola genovese, senza la paura di doversi cimentare con brani che, negli anni, sono diventati dei veri e propri classici della musica italiana, ma anche senza il coraggio di affrontare la parte più oscura e meno conosciuta del canzoniere di Tenco. Per questo “Brown Plays Tenco” si costituisce un team tecnico di livello straordinario, perché a fianco dei produttori, lo stesso Brown e Daniele Biagini, al mixer siedono: Gilles Martin (figlio di George, il produttore dei Beatles), Sergio Salaorni (produttore dei Litfiba e dei Diaframma, solo per citare i più conosciuti all’epoca), Frankie Lievaart ed il fonico residente dei Global Art System, gli studi di Firenze collegati alla IRA records, Daniele Trambusti. Dall’altra parte del vetro della cabina di regia ci sono i musicisti e, oltre al titolare del progetto, che canta e suona tastiere e ance, ci sono il coproduttore Daniele Biagini al piano e alle tastiere, Gabriele Gai, che suona basso elettrico e batteria, Nicholas Klau alle tastiere e ai cembali, Peter Principle (bassista dei Tuxedomoon) alle chitarre, Alessandro Agostini al contrabbasso e Luca Gai al flauto. La principale caratteristica sonora del lavoro è, analogamente a quanto si ascolta spesso nei dischi dei Tuxedomoon, la capacità di mescolare con grande sapienza i suoni elettronici con quelli acustici e quelli elettrici, creando un impasto sonoro degno di nota. Non capita tutti i giorni, negli anni ottanta, di moderare l’utilizzo degli strumenti elettronici, sempre presenti in ogni produzione di ogni genere musicale, ma anche il massiccio utilizzo di suoni sintetici che apre questo mini Lp si inserisce in un progetto che guarda lontano e, poco dopo, il piano acustico fa il suo ingresso e si prende la ribalta, per accompagnare l’unico testo tradotto in inglese (dallo stesso Brown). Il risultato finale del brano in questione, Lontano, Lontano è già sorprendente per l’equilibrio e per l’intensità della performance, ma è con Un Giorno Dopo L’Altro che il progetto spicca il volo, grazie ad un’interpretazione struggente, sia nella voce sussurrata da Steven Brown, sia negli interventi strumentali, che raggiungono l’apice in due soli di clarinetto molto poetici. Il secondo lato del disco presenta tre brani, il primo dei quali è Ciao Amore Ciao, la cui tensione emotiva è stemperata da un arrangiamento che nell’uso dell’organo e dei cori si rifà parecchio alle sonorità degli anni sessanta, come se questo brano non fosse legato all’evento più drammatico di tutta la storia della musica leggera italiana. Particolarmente accattivante il lunghissimo finale, in cui il coro inizia il monotono ritornello accompagnato dalla sola batteria, con tutti gli strumenti che, uno dopo l’altro fanno il loro ingresso fino a riempire tutto lo spazio sonoro in un allegro marasma. Si prosegue con una versione molto rarefatta di Vedrai Vedrai accompagnata all’inizio dal solo piano acustico, con un gran controcanto di flauto a partire dalla seconda strofa e la splendida, intensa e commovente voce di Brown a fare la parte del leone. La conclusione del lavoro è affidata ad una delle canzoni più romantiche di tutto il repertorio italiano, nonostante il testo piuttosto cinico… Mi Sono Innamorato Di Te. Particolarmente degno di nota è l’intervento del contrabbasso, che arriva ad arricchire l’accompagnamento di piano e flauto, proiettando la canzone in un tempo passato e fumoso, in un’atmosfera che si avvicina a quelle create da Tom Waits o da Paolo Conte, in un mondo adulto, dove si sbaglia da professionisti. Questo piccolo disco, innovativo e poco conosciuto, ci ha mostrato, negli anni ottanta, che reinterpretare canzoni passate di moda può essere un’operazione culturale ed artistica degna di nota e ha fatto riscoprire un autore memorabile ad una generazione che rischiava di schiantarsi contro un muro di suoni digitali ed idee povere.

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