Stevie Ray Vaughan: “Blues You Can Use” (2016) – di Valerio Tirelli

Spesso accade che quando si ha a che fare con leggende (guitar hero, virtuosi oppure geni creativi)
la morte se li porta via e troviamo puntualmente sugli scaffali decine di album postumi: rarità o live nascosti chissà dove e antologie con il classico inedito assemblate solo per vendere il prodotto.

Ogni volta ci si chiede: è necessario pubblicare continuamente album postumi? La risposta è sì, se è materiale di qualità… e questa è sempre stata la prerogativa di Stevie Ray Vaughan:
Blues allo stato più rude e puro, con un richiamo hendrixiano e la costante ricerca delle sue radici, texane e piene di polvere come i suoni che si liberavano dalla sua chitarra. Di alcuni suoi live postumi si potrebbe francamente fare a meno (crediamo che lui stesso non li avrebbe fatti uscire) ma altri meritano sicuramente d’essere stati proposti al pubblico… e “Blues You Can Use” è uno di questi.
Con solo quattro dischi in studio e uno live registrati mentre era ancora tra noi, tanti album postumi più o meno validi e bootleg a bizzeffe, ora ci ritroviamo con questo nuovo disco live del grande chitarrista.
Registrato nel 1987 al Mann Music Center di Philadelphia nel corso di un lungo tour che precede il suo ultimo lavoro (“In Step” del 1989) questa selezione di brani racchiude la sua anima, e non una banale scaletta preordinata e, anche se non contiene suoi come Pride And Joy o Testify, è in grado di regalarci emozioni sempre nuove, con l’esecuzione di brani da far venire i brividi.
Si parte in quarta con una versione di Scuttle Buttin’ a dir poco epica, potente da impazzire, senza errori
ma con le trasgressioni che solo lui e la sua Fender possono donare a noi mortali.
Si passa quindi a Say What che, attraverso un sound caldo e vibrante, ci fa respirare il Blues autentico e ci ricorda come deve essere suonato: poche parole e l’Hammond del Double Trouble’s Reese Wynans ci trasporta lontano.
Poi, un susseguirsi di brani molto belli e coinvolgenti, compresa la meravigliosa versione di Mary Had a Little Lamb, dove Stevie e Reese sudano sangue, Blues e vita. Tante emozioni racchiuse in una sola canzone. 
A seguire l’immancabile Superstition nella sua rivisitazione in chiave Blues, per poi continuare a ritmi serrati e vellutati al tempo stesso, come solo lui riusciva a regalarci dal vivo.
Rude Mood chiude un bellissimo album che ci ha fatto rivivere momenti importanti, ancora ben presenti in chiunque ami il Blues e la musica in generale. Un disco che probabilmente non lascerà il segno, ma per tutti quelli che amano Stevie è assolutamente da tenere nello scaffale perché, anche se alcuni brani sono già presenti in “Live Alive” del 1986, qui vivono di un’atmosfera tutta loro, graffiante e incredibilmente intensa. 
Quante stelle per questo disco?
Una sola: la sua, perché Stevie Ray Vaughan continua a brillare di luce propria come pochi altri.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

01. Scuttle Buttin’
02. Say What
03. Lookin’ out the Window’
04. Look at Little Sister
05. Mary Had a Little Lamb
06. Ain’t Gone ‘N’ Give up on Love
07. Superstition
08. Cold Shot
09. Couldn’t Stand the Weather
10. Life Without You
11. Come On (Part III)
12. Love Struck Baby
13. Rude Mood

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