Steve Hackett: “At The Edge Of Light” (2019) – di Maurizio Pupi Bracali

Steve Hackett non demorde. Il nuovo album dell’ex chitarrista dei Genesis accentua ancor di più la tendenza a mescolare suoni e stili già presente nei lavori precedenti “Wolflight” (Inside Out 2015) e ancor più in “The Night Siren” (Inside Out 2017) con un risultato che definire soddisfacente sarebbe già un bel complimento. Anche la componente progressive a cui il chitarrista deve la sua fama è quasi sottotraccia, appare rare volte e più che altro nelle parti di chitarra solista come al solito protagonista assoluta, così come vuole l’abilità tecnica sfoggiata dal Maestro e, se il precedente album era un minestrone di stili che andavano da momenti hard rock, all’easy listening, dalla musica etnica, al (poco) progressive, questo nuovo lavoro, tanto per restare sulla gastronomia è una grigliata mista molto voluminosa ma poco appetibile. Ancora una volta la musica di Hackett è schizofrenica e imprevedibile, appesantita dai molteplici stili e dai bizzarri arrangiamenti che ne pregiudicano ogni possibile linearità. Non c’è un solo brano che finisca come comincia, ogni canzone è inframmezzata da momenti diversi, da inserimenti arbitrari di stacchi e andamenti di ogni tipo, dove convivono affiancate nel giro di pochi minuti pompose solennità magniloquenti e leggerezze canzonettare. Trattasi dunque di una musica senza un’identità precisa, (a meno che non si voglia definire identità Hackettiana proprio la mancanza di identità). Affettate magniloquenze sinfoniche e orchestrali si affiancano a pesantissimi cori cantati in latino quasi a brutta copia dei famosi Carmina Burana di Carl Orff e a riff hard rock come nella melensa Those Golden WingsShadow And Flame con sitar, violini e tablas vorrebbe omaggiare l’India e la sua musica fallendo  l’obiettivo, col risultato più da colonna sonora di film Bollywodiano che di autentico etnicismo, mentre Underground Railroadbrano che racconta lo schiavismo pre-Lincoln è banalmente eseguito in forma di uno pseudo spiritual poco azzeccato. C’è poi l’easy listening (incomprensibile, per un personaggio di vaglia come Hackett) di Hungry Years e quello di Under The Eye Of The Sun, con coretti à la Yes più leggeri e commerciali, mentre Peace, ancora con i superflui coretti che abbondano nell’album, ruba (inconsapevolmente, crediamo) il ritornello a Souther Man di Neil Young… così come Beast In Our Time ricorda in alcuni passaggi Epitaph dei King Crimson. E se tutto questo potrebbe e dovrebbe essere indice di eclettismo e di varietà di intenti, il risultato finale non appare, invece, come conseguenza di una personalità musicalmente multiforme, bensì come lo stato confusionale di un artista in un momento di stallo. Hackett ha perso quella linearità, quella semplicità e quella concisione come se non sapesse che, come nel mondo della scrittura, anche nella musica bisogna sempre lavorare a sottrarre e non ad aggiungere, come egli purtroppo fa esageratamente. E se (sommessamente) a detta di chi scrive, il suo migliore album resta il primissimo “Voyage To The Acolyte” del lontanissimo 1975, questo vorrà pure dire qualcosa. “At The Edge Of Light” è forse un piccolo gradino sopra il precedente “The Night Siren” del 2017… ma se là gli ingredienti di quel minestrone sonoro erano eccessivi, anche in questa grigliata mista c’è davvero troppa carne al fuoco. Hackett è davvero un eccellente chitarrista ma sarebbe ora di abbandonare, salsicce, wurstels e spiedini e cuocere una sola e semplice bistecca, magari poco cotta.

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