Stephen Stills: “Manassas” (1972) – di Lino Gregari

Stephen Stills è un nome importante, uno di quelli a cui è doveroso avvicinarsi con il rispetto dovuto ai grandi della musica rock. Scrivere di lui, più precisamente di un suo disco, è impresa facile e difficile al contempo. Facile perché basta ascoltare la sua musica e lasciare che la penna, o la tastiera del PC, dia sostanza alle sensazioni e alle emozioni che si accavallano dentro di noi. Difficile perché si rischia sempre di cadere nell’ovvio o nel già scritto. Ma tant’è. La tentazione è di quelle intense e quindi lascio da parte gli indugi e provo a “raccontarvi” quella vera e propria pietra miliare che è “Manassas” (1972). All’epoca Stills ha già tre album alle spalle, a parte quelli con i Buffalo Springfield e quelli a nome CSN&Y, ossia Supersession del 1968 assieme a Mike Bloomfield e Al Kooper, “Stephen Stills” del 1970 e “Stephen Stills 2” del 1971. A questo punto Stephen si circonda di un gruppo di musicisti estremamente valido, e registra Manassas“, il doppio vinile che prende il nome dalla band omonima, scelto in onore di una delle battaglie più famose della Guerra Civile Americana, e un indiretto omaggio a The Band, il gruppo che per primo aveva rievocato i fantasmi dell’America nella celebre The Night They Drove Old Dixie Down
Siamo nell’aprile 1972 e solo due mesi prima il vecchio pard e rivale Neil Young ha pubblicato il suo Harvest. A differenza del suo amico, solitario, spesso scostante e insofferente, Stills si muove sempre a suo agio nelle band con le quali incide, con fare spesso autoritario certo, ma sicuramente costruttivo e disponibile. Il disco ha un brillante debutto sul mercato, entrando subito nella Billboard Top LP della settimana e raggiungendo la posizione numero quattro nel mese di giugno. Da notare che proprio in giugno, nella top ten ci sono contemporaneamente “Manassas“, “Harvest” e “Graham Nash & David Crosby“. Alcuni da subito definiscono “Manassas” un “capolavoro tentacolare“, tanto è variegato e complesso il mondo musicale nel quale la band si muove, e la stampa si produce in una serie di recensioni davvero lusinghiere. Bill Wyman, il bassista dei Rolling Stones che è coautore della notevole The Gangster Love, nella quale suona pure, arriva a dire che è pronto a lasciare gli Stones per unirsi ai Manassas. Ovviamente la dichiarazione non avrà alcun seguito, ma fa capire in qualche modo quale sia l’importanza della band in quel periodo.
Dicevamo del disco: tentacolare appunto, tocca il suono westcoastiano, assimilando divagazioni latineggianti, bluegrass e jazz  il tutto arrangiato in modo superbo – e ci mostra tutta la grandezza del musicista in evidente stato di grazia, che sta letteralmente facendo la storia. L’album è diviso in quattro parti, ciascuna racchiusa in una facciata dei due LP
La prima, “The Raven“, si articola attraverso cinque brani. Song of Love, dall’incedere tipicamente Sixties, può essere letta come un manifesto musicale di una generazione ormai relegata al passato, nella quale la chitarra di Stephens lancia strali non indifferenti, mentre la voce si interseca alla perfezione con il tessuto di percussioni tipicamente latino. Il tutto viene poi ribadito nella seguente Rock & Roll Crazies / Cuban Bluegrass.  Anyway è un perfetto esempio di “Stills’s sound“, mentre Jet Set (Sigh) ci regala uno splendido dialogo tra la sei corde di Stills e la pedal di Al Perkins.
Both of us (Bound to Lose) è in un certo qual modo la vetta emotiva di questa prima parte, con un assolo finale davvero emozionante.
Il secondo lato del primo disco è occupato da “The Wilderness“, che sposta li sound verso il più convenzionale country / bluegrass. Questa seconda facciata scorre liscia come il rosolio, perfetta in ogni nota, con due vette assolute. Jesus Gave Love Away For Free è una ballata pianistica dedicata a Gram Parsons, che ci permette di gustare le splendide armonie vocali di Stephen e Chris Hillman, e poi So Begins the Task, tipicamente country folk, che avrebbe meritato di far parte di quel monumento che è Déjà Vu (1970). La terza facciata invece ci mostra l’anima folk rock di Stills e si intitola “Consider“. Qui siamo nei canoni classici del rock con la bellissima It Doesn’t Matter, scritta assieme a Hillman, nella quale Perkins disegna incredibili paesaggi di confine con la pedal steel, mentre la seguente Johnny’s Garden è molto rock, con un che di urgenza trattenuta. 
Move Around è uno dei capolavori di Stephen, con il suo incedere lisergico e suadente che aggiunge ancora emozioni al nostro cuore già splendidamente provato. Da sottolineare anche la già citata The Love Gangster, scritta a due mani con Bill Wyman
L’ultima facciata è intitolata “Rock and Roll is Here to Stay“, ossia la stessa frase che Neil Young avrebbe poi usato per il suo Rust Never Sleeps del 1979Qui si cambia completamente registro e ci si addentra nei territori del blues rock, percorsi da tanta bella improvvisazione. Basta ascoltare i torridi otto minuti di Treasure per rendersi conto della bellezza di questa facciata del lavoro discografico. Alla fine Stills imbraccia la chitarra e ci regala Blues Man, splendida canzone dedicata a Jimi Hendrix e Duane Allman. Un elegante e degno finale per un disco che ha subito fatto breccia nel cuore di tutti, capace di prenderci per mano e accompagnarci in questo vero e proprio “viaggio nel suono dell’America.

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