Stephen King: “IT” (1986) – di Nicholas Patrono

I clown sono divertenti? Dipende a chi si pone questa domanda. Una persona che soffre di coulrofobia risponderà che sono assolutamente spaventosi. A proposito di questo, nel 1970 è stato teorizzato da Masahiro Mori, studioso di robotica, l’interessante teoria dell’“uncanny valley effect” (effetto zona perturbante, o valle perturbante) come spiegazione della coulrofobia. Il campione di persone studiato da Mori è stato esposto alla visione di robot e automi di vario genere. All’aumentare del realismo dei “pupazzi” è stato registrato un parallelo aumento delle sensazioni di piacevolezza e familiarità… finché il realismo degli automi non è divenuto estremo. A quel punto, la visione ha generato sensazioni tutt’altro che piacevoli: inquietudine, disagio, turbamento. Ecco che si spiega perché i clown siano percepiti da alcuni come spaventosi. Sono figure antropomorfe e familiari, ma presentano una serie di tratti che li rendono “imperfetti”, inquietanti: il trucco che nasconde la loro vera espressione, i sorrisi esagerati, le movenze goffe. Stephen King, rinomato e prolifico autore americano di racconti e romanzi horror, ha sfruttato questo aspetto nel creare il malvagio Pennywise, antagonista principale del suo capolavoro assoluto, “It” (1986). Molti ricordano l’interpretazione di Pennywise di Tim Curry nella miniserie televisiva tratta dal romanzo nel 1990, diretta da Tommy Lee Wallace, amico e collaboratore nientemeno che di John Carpenter. La famosa scena della barchetta del piccolo Georgie Denbrough che si perde nel tombino e il seguente incontro con Pennywise nelle fogne ha traumatizzato un’intera generazione, contribuendo alla diffusione della coulrofobia. È stata poi realizzata, 27 anni dopo la miniserie, una trasposizione cinematografica, il cui primo capitolo è uscito in Italia il 19 ottobre 2017; la seconda parte è prevista per il 2019. Andrés Muschietti si è occupato della regia e Bill Skarsgård ha vestito i panni del nuovo Pennywise / It; tra i membri del cast spicca il giovane Finn Wolfhand, classe 2002, già famoso per l’interpretazione di Mike Wheeler nella fortunata serie TV “Stranger Things”. Vi sono sostanziali differenze tra i due adattamenti, ma il consiglio è di recuperare entrambi, purché non soffriate di coulrofobia. Il clown Pennywise riveste un ruolo più che centrale in entrambe le trasposizioni. Conosciuto da molti come “il pagliaccio che mangia i bambini”, l’antagonista principale di “It” è in realtà molto di più, e nel romanzo questo aspetto è sviscerato ben più a fondo. Prima ancora di essere un horror, “It” è un romanzo di formazione. È una storia di amicizia e di crescita, che narra il passaggio dalla vita adolescenziale alla vita adulta, attraverso l’eterogeneo cast di protagonisti, il gruppo dei “Perdenti”, e le loro disavventure nell’immaginaria città di Derry. Bill, il balbuziente fratello del povero Georgie, la prima vittima di “It”, è il leader del gruppo e protagonista principale. A lui si affiancano diversi comprimari, caratterizzati dalle difficoltà sociali più disparate. C’è chi è vittima di bullismo (Ben e Richie), chi viene discriminato perché appartenente a minoranze etniche (Mike, afroamericano e Stan, ebreo), chi ha problemi con genitori iperprotettivi o violenti (l’ipocondriaco Eddie e la sbarazzina Beverly). I Perdenti sono così verosimili e umani che il lettore non può che essere catturato dall’empatia che suscitano. Difficile non ritrovarsi nelle avventure che vivono e nelle difficoltà che incontrano in quanto bambini, in cui molti di noi si sono imbattuti. Possedere un luogo privato dove giocare liberamente, essere costretti ad affrontare le proprie paure, incontrare i pluriripetenti “poco di buono”, scoprire le ragazze e la sfera erotico-sessuale della vita, non essere creduti dagli adulti. In relazione a quest’ultimo punto, c’è da dire che spesso sono proprio gli adulti ad essere strani e inquietanti, nel romanzo come nelle trasposizioni su schermo. Tutti gli adulti di Derry fanno finta che Pennywise / It non esista e ignorano le continue sparizioni di bambini, compresi i genitori di Bill stesso, che lo invitano a farsi una ragione della scomparsa di Georgie e lasciarsi il lutto alle spalle. Bill non si arrende e la sua testardaggine guida i Perdenti, che sono i soli a credere all’esistenza di It e a riconoscerne la pericolosità, ed è per questo che la creatura li teme e li bersaglia continuamente. It torna poi a perseguitare i Perdenti anche nell’età adulta: la vicenda è infatti narrata attraverso due livelli temporali, uno presente e uno passato. Le avventure fanciullesche dei Perdenti vengono ricostruite attraverso una serie di flashback vissuti o narrati dalle versioni adulte degli stessi, fino al riunirsi del gruppo e al confronto finale con It. Al termine delle oltre 1200 pagine ci si sente esausti, quasi si avesse vissuto e affrontato It assieme ai Perdenti. Una lettura impegnativa, ma gratificante e meritevole. La forza di Stephen King sta nella sua capacità di creare una vicenda tanto complessa e sfaccettata, da meritare più di una lettura per essere apprezzata fino in fondo. Non è necessario essere appassionati di horror per apprezzare il capolavoro di King anzi, in questo caso si può notare come qualsiasi etichetta sarebbe riduttiva rispetto al valore dell’Opera. Una sola avvertenza: se soffrite di coulrofobia, statene ben lontani.

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