Stephen Gaghan: “Gold – La grande truffa” (2016) – di Lisa Costa

Anni 80, quelli dei nuovi cercatori d’oro. Sì proprio così, non è un errore cronologico: “Gold” racconta che in quel decennio ancora esistevano persone che giravano il mondo, fino ai suoi luoghi più inesplorati, alla ricerca del posto giusto al momento giusto, in terre incontaminate da contaminare e trasformare in miniere a cielo aperto. Investimenti, possibilità di sfondare, di trovare insomma il tanto agognato oro. Il luogo giusto per Kenny Wells è l’Indonesia; lì, secondo il geologo e cercatore specializzato (in rame, bauxite o qualunque altro minerale pregiato) Mike Acosta, c’è un anello di fuoco pieno d’oro, pronto per essere estratto. Prima Kenny lo conosciamo come figlio prediletto di un imprenditore minerario; nulla a che vedere però con mani annerite e carrelli polverosi. Siamo in America… in uffici all’ultimo grido dove contano le chiamate, i contatti, i soldi da investire dove si sente l’odore di altri soldi. Poi Kenny lo ritroviamo prossimo alla bancarotta, con nessuno che crede più in lui, eppure determinato a cercare fortuna e riscatto, trovandoli infine in Indonesia, assieme a Mike. Racimolare i soldi per partire sarà un’impresa, sopravvivere alla malaria, ai tempi duri e piovosi della regione ancor di più… ma dove un’altra sconfitta sembra stendere una volta per tutte Kenny, ecco il sogno avverarsi. Una miniera, la più grande del decennio, viene alla luce. L’alcool scorre a fiumi, le feste si susseguono, e Wall Street non sta nella pelle: eccolo il sogno americano, ecco l’uomo che con ostinazione e intuito emerge dall’anonimato. Si sa però che non è tutto oro quel che luccica… per quel che riguarda Kenny e i suoi affari, mentre lo è  per il suo regista, Stephen Gaghan, tornato  in grande spolvero (dopo i mezzi passi falsi di “La foresta dei sogni” e “Free State of Jones”), grazie anche al  vincitore dell’Oscar Matthew McConaughey, capace di riscattarsi e di calarsi nel ruolo che ormai più gli si addice: il mascalzone sopra le righe, l’attore che ipnotizza la macchina da presa e oscura tutto il resto, con una buona dose di egocentrismo sì, ma anche di cristallina perizia d’attore, che qui va di pari passo alla trasformazione fisica che ce lo mostra stempiato, ingrassato, beone (come l’indimenticabile Johnny Depp di “Black Mass”) oscurando i pur bravi Edgar Ramirez e Bryce Dallas Howard, in un one man show immerso negli anni 80, dal lusso sfrenato e dalle défaillances in fondo divertenti. Un mondo della finanza infestato da squali sempre più affamati e da truffe che non ti aspetti. Il film, si ispira ai fatti veri dello scandalo Bre-X Minerals Ltd. che nel 1996 portò scompiglio in borsa e fregò un numero impressionante di “onesti” cittadini e colletti bianchi (tra cui la tristemente nota Lehman Brothers) che credettero nella scoperta, in pieno Borneo, di un giacimento aurifero. Già sceneggiatore premio Oscar di “Traffic”, il regista romanza i fatti, e lo fa con un ritmo scanzonato e con una maestria in grado di far scorrere magicamente la pellicola (cosa non certo semplice). Aiuta sicuramente la colonna sonora, che  va a pescare negli sfaccettati anni 80 pezzi di gran classe di band eccellenti come Joy Division e Talking Heads, passando pure per i Pixies; certamente aiutano le lezioni di stile prese da Martin Scorsese e da tutta una serie di film  che, mai come oggi, funzionano. Si pensi a “The Wolf of Wall Street”, a “Margin Call”, a “La Grande Scommessa”, dove quel mondo da noi distante, fatto dai miliardi di dollari (sulla carta) che lo governano, diventa il protagonista affascinante per lo spettatore medio, poco avvezzo a certi scenari. Il mondo della finanza, dei moderni (anche quando non contemporanei) cercatori d’oro, è così diventato una nuova miniera da sfruttare per l’industria del cinema.

© RIPRODUZIONE RISERVATA 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *