Stelvio Cipriani: “Anonimo Veneziano” (1970) – di Francesco Picca

Stelvio Cipriani aveva trentatrè anni quando il produttore Turi Vasile gli concesse meno di quattro ore per metter giù i temi della colonna sonora del film “Anonimo Veneziano” (1970) di Enrico Maria Salerno. Il lavoro era già stato realizzato da un altro compositore, ma ritenuto non idoneo alla pellicola. Stelvio Cipriani ricordava un aneddoto del grande regista Dino Risi: “Nel cinema la musica non deve essere né bella né brutta; deve funzionare”. Era proprio questo il problema della colonna sonora già composta per “Anonimo Veneziano”: non funzionava. Stelvio Cipriani guardò il film alle otto del mattino e per lunghi tratti della proiezione fu vinto dal sonno. Alle dieci incontrò la produzione. Il suo cachet era di trecentomila lire, una cifra non significativa per molti, ma quasi irrinunciabile per una famiglia di cui Stelvio era già da tempo una figura di sostegno.
Stelvio corse al suo pianoforte verticale, collocato nella casa paterna, incastonato in uno stanzone dove la madre e altre quattro sarte lavoravano ai pedali delle macchine per cucire. Sui tasti di quel pianoforte si era formato negli studi classici, fortemente voluti dal padre. Poi, gli stessi tasti, erano stati torturati con le musiche da balera e con quelle da night club. A soli diciotto anni il musicista aveva toccato per la prima volta le sponde dell’America come orchestrale sulle navi da crociera: da Trastevere ai grattacieli della “Grande Mela”, come in un sogno. Poi aveva suonato nelle colonne sonore di Nino Rota, di Armando Trovaioli, di Riz Ortolani, di Piero Piccioni, respirando le atmosfere della grande scuola compositiva e carpendo i piccoli ma preziosi segreti del mestiere.
Stelvio aveva a disposizione pochissime ore: alle due del pomeriggio doveva essere in sala di registrazione per far ascoltare le musiche a Tullio Vasile e al regista Enrico Maria Salerno. Un compito arduo ma non impossibile per un talento della musica che, ancora bambino, era passato in maniera del tutto casuale dall’armonica a bocca, strimpellata sui motivi dei grandi successi del Festival di Sanremo, all’ormonium della chiesa di quartiere, in occasione di un improvviso malanno del parroco. Il piccolo Stelvio non aveva mai messo le mani su quell’organo ma, durante le funzioni domenicali, aveva osservato e memorizzato le posizioni delle dita sulla tastiera. La manifestazione del suo talento fu tanto fortuita quanto inarrestabile. Per la composizione del tema di “Anonimo Veneziano” partì da una base classica, ispirata dalla figura esile dell’attrice protagonista, Florinda Bolkan, e dallo sfondo della città di Venezia, alquanto decadente, quasi agonizzante, senza però perder di vista l’acredine dovuta al fallimento del matrimonio tra la donna e suo marito, interpretato dall’attore Tony Musante. Un moderato romanticismo, quindi, pensando nota dopo nota a quello che sarebbe stato l’arrangiamento e l’orchestrazione, con l’oboe, il flauto, l’ingresso poderoso dei violini sulla variante del tema.
Su questo film la critica ha esercitato aspramente il proprio ruolo manifestando ampie perplessità, soprattutto con riferimento ad un certo squilibrio tra amore e morte, ad una scarsa tenuta del ritmo narrativo e ad alcuni éscamotages della sceneggiatura ritenuti banali. Tuttavia c’è chi ha riconosciuto l’abilità dell’esordiente Salerno nel rappresentare al meglio il non facile tema della malattia irreversibile del protagonista maschile sullo sfondo di una Venezia anch’essa morente, nonché il merito di aver riempito le sale con più di otto milioni di spettatori, giocando abilmente sia con la fotografia e sia con la colonna sonora, superando nel risultato del botteghino persino il più famoso “Love Story” (1970) di Arthur Hiller, arrivato sui grandi schermi italiani l’anno seguente. Il successo di pubblico valse il David di Donatello alla Bolkan, un premio speciale alla regia, e i Nastri d’Argento per la fotografia di Marcello Gatti e per le musiche di Cipriani. Più di qualcuno ha ritenuto ingiusto non premiare anche l’ottima prova di Musante. Il ruolo trainante e vincente delle musiche è fuor di dubbio, in particolar modo quello del tema principale, famosissimo in tutto il globo, oggetto di numerose ristampe (l’ultima, in vinile, è del 2014) quasi tutte distribuite dalla CAM. Della colonna sonora fa parte anche il brano di chiusura del film, eseguito nella scena finale da una giovane orchestra diretta dallo stesso Tony Musante all’interno di una chiesa sconsacrata. È un adagio tratto dal “Concerto in Re minore per oboe, archi e basso continuo” composto nel settecento da Alessandro Marcello, anche se per il film è stato preferito l’adattamento in Do minore del fratello, Benedetto Marcello.
Stelvio Cipriani ha intessuto un vero capolavoro, destreggiandosi con assoluta maestria tra i tanti temi, tutti non facili, di una trama per certi versi impietosa: una città  triste, immersa nel grigiore di una giornata novembrina che funge da sfondo simbolico e da specchio visionario a due sole figure: un musicista che non ha mai realizzato il sogno di dirigere un’orchestra e una donna che teme le eventuali rivendicazioni legali del marito; la loro ultima occasione per stare insieme, le tante cose non dette e quelle esternate attraverso dialoghi spesso tesi e incalzanti, l’argomento non facile del divorzio, oggetto proprio nel 1970 di una legge di riforma, gli sprazzi di reciproca tenerezza e comprensione, la confessione della morte imminente dell’uomo che ricuce un po’ l’ormai pesante estraneità tra i due, una notte d’amore, l’addio finale. La musica di Cipriani, priva di cedimenti a quasi cinquant’anni di distanza, è un sigillo perfetto tra la sceneggiatura dello scrittore Giuseppe Berto, commissionata da Salerno già nel 1966, e la regia accurata di un esordiente di razza.
Non è da escludere che la facilità compositiva, la velocità, la strepitosa efficacia di Cipriani abbiano a che fare con il suo approccio al cinema, di cui è stato sempre un servitore ligio e professionale, ma rispetto al quale ha sempre mantenuto una sorta di distacco, rimanendo sempre aggrappato ad una rivendicazione mai taciuta dallo stesso compositore, ovvero il non avere mai avuto alcun rapporto con un mondo che definiva “strano”. Eppure, la compenetrazione dell’arte musicale di Cipriani con le pieghe della trama, la perfetta corrispondenza tra gli strappi e le riprese sia della narrazione che dei dialoghi, farebbero pensare ad una sua totale partecipazione a tutti i passaggi produttivi, compreso quello che costrinse lo sceneggiatore Berto a riprendere in mano la prima stesura e a riadattarla in modo significativo a due protagonisti più giovani, costruendo un testo che ha collezionato anche numerose messe in scena teatrali. È indubbia la magnificenza compositiva che fa da tappeto ad un tema irrisolto, attuale, eternamente contemporaneo: la passione che non matura, che non diviene amore adulto, e l’inevitabile crisi della coppia. Ogni singola nota di Cipriani è una sottolineatura, un monito, un richiamo impietoso all’inadeguatezza degli uomini rispetto alla pretesa, talvolta goffa, di sceneggiare la propria vita eludendo il copione; ma ogni sua nota è anche una occasione imperdibile per riprendere ad ascoltare, a credere, a tessere. Oggi, ad un anno dalla sua scomparsa, ci è concesso di riappacificarci con le alterne vicende della nostra esistenza calandoci nell’abbraccio rassicurante della sua Arte.

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