Stefano Rodotà: “Iperdemocrazia” (2013) – di Riccardo Panzone

La tecnologia diffusa, il web, il social hanno cambiato l’essere umano dal punto di vista ontologico: una donna/uomo che “tagga, linka, condivide”, sconosciuto e impensabile fino a qualche decennio fa, è una persona che, inevitabilmente, si rapporta alla politica in modo diverso e muta, necessariamente, le dinamiche democratiche del Paese. In meglio o in peggio? Di ciò si occupa, Stefano Rodotà, Presidente della Repubblica “in pectore” del Movimento Cinque Stelle, nel suo libro “Iperdemocrazia: come cambia la sovranità democratica con il web” (Laterza 2013). Iper, “Al di sopra”: una democrazia tecnologica che nell’ansia di superarsi, di volare alto, rischia di smarrire la strada e svuotare di contenuto le logiche democratiche, minime, che caratterizzano la nostra architettura politico-istituzionale. Una democrazia social che muta il rapporto politica-elettore e che in questo rapporto, rinnovato e diverso, lacera e frammenta quello che Rodotà chiama il “sovrano”. La frammentazione del sovrano (il popolo) si concretizza nell’abbandono a se stesso dell’elettore tecnologico, il quale esercita una sorta di libertà incompleta e superficiale, appagando la propria voglia di “politica” quasi esclusivamente in rapporti virtuali impersonali. Cosa si perde in questo meccanismo? Si perde la dignità della riflessione e la bellezza del pensiero che trova soddisfazione, semplicemente, nella sua completezza e rigidità sillogistica (Aristotele)… piuttosto che nella necessità di rendere il pensiero appetibile, di sottoporlo al vaglio dei “like”, di far sì che l’idea abbia valore, solo nella misura in cui essa sia riconoscibile e riconosciuta dall’altro. Quest’essere umano, finto protagonista, tuttavia, si trova solo ed isolato dinanzi la politica. Il sovrano (popolo) viene frammentato in piccoli atomi, a sé stanti, che concepiscono e sviluppano idee in una perfetta solitudine orizzontale (la persona sola, di fronte alla tastiera) e che riescono a comunicare, tra loro, sempre più raramente. Il popolo sovrano è nudo, dinanzi ad un messaggio politico veicolato, spesso, tramite mere suggestioni ( “se sei indignato, clicca mi piace e condividi”) ed è totalmente incapace di raccordarsi, di creare un filtro collettivo di ragionamento che dovrebbe sorgere, necessariamente, dall’esercizio costante di quel rapporto sinergico di scambio dialettico di informazioni, un tempo rappresentato dal confronto operato nelle sezioni di partito. La politica, dal canto suo, rincorre e stimola questa involuzione del “logos”, non per scelta quanto piuttosto per necessità: il giudizio politico, costantemente sottoposto al vaglio del “sondaggio”, impone a movimenti e donne e uomini di partito una sottoposizione costante alla scure dell’elettorato e non una valutazione diluita nell’arco di una legislatura. La dittatura del “sondaggio”, infatti, è il secondo elemento di novità analizzato da Rodotà: nella stessa misura in cui l’elettore diventa schiavo di un messaggio politico privo di filtri, così la politica e le donne e uomini di partito diventano servi dell’umore dell’elettorato (veicolato e costantemente monitorato) e impongono a loro stessi (e al Paese) scelte non orientate al concetto superiore di “bene comune” quanto, piuttosto, a barbare logiche di consenso. L’analisi critica e rigorosa di Rodotà, mette in guardia il politico e l’elettore moderno dal rischio di una degenerazione tecnologica senza, tuttavia, rigettare “in toto” l’utilità dell’istituto referendario tecnologico, nella misura in cui esso venga dotato di limiti, garanzie e normazione puntuale. Si legge tra le righe del breve saggio la speranza di un ritorno all’incontro, al confronto e alla crescita, operato attraverso l’individuazione di luoghi del dialogo e della mente.

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