Stefano Benni: “La grammatica di Dio” (2007) – di Flavia Giunta

Una vendicativa strega adolescente. Un vedovo esasperato dall’asfissiante amore del suo cane. Una gallina saggia. Un camionista che la notte russa troppo forte. Questi e molti altri sono i variegati e variopinti personaggi che possiamo trovare nelle storie raccolte in questo libro, definito dal suo stesso autore “il libro del mondo”. La definizione calza a pennello, poiché sfogliando le pagine de “La grammatica di Dio – Storie di solitudine e allegria” ritroviamo di volta in volta, a prescindere dall’ambientazione realistica o fantasiosa, caratteri, atteggiamenti ed emozioni che noi tutti abbiamo sicuramente provato almeno una volta nella vita; il risultato è un corollario di situazioni tragicomiche che rispecchiano la nostra società, le nostre aspirazioni e, spesso, le nostre paure. Già, perché come ama dire Stefano Benni, “non è bello che siano i grandi poteri a dirci di chi/cosa dobbiamo avere paura”; chi ci dice che abbiano ragione? E’ questa ad esempio la visione del paradossale racconto Un volo tranquillo; altri racconti rispecchiano di più l’inclinazione dello scrittore per la satira e la fantapolitica (Una soluzione civile, Il controllore  o L’indovina), altri ancora lasciano il lettore in sospeso fra più visioni contrastanti… è il caso del breve, ma decisamente poetico, L’istante. Non è semplice inserire ciascuna storia in una categoria; ognuna di esse è un piccolo mondo a sé stante, sul quale si potrebbe scrivere un intero libro… ma c’è qualcosa che le accomuna tutte quante. Si tratta, come anticipa il titolo, della solitudine e dei diversi modi che hanno i personaggi di reagire ad essa: chi la ricerca, chi ne rifugge, chi la accetta con un triste sorriso rassegnato, chi con una risata. Non per niente sono storie di solitudine, ma anche di allegria. L’ironia permea la scrittura di Benni in modo sottile e intelligente – portando a conclusioni del tutto inaspettate, come in Pari e patta o Una rosa rossa – ma ciò non significa che in alcuni passaggi l’autore non sia capace di momenti di riflessione e, talvolta, di estrema tristezza (Lo scienziato, Alice). Per non parlare delle vette di delicatezza poetica raggiunte ad esempio in Frate Zitto, la storia di un monaco che decide di non parlare più perché siamo noi le parole del creato. “Infiniti sono gli dèi e il loro sciame, infinita la bellezza che vola e morde”: una frase che può sembrare blasfema nella bocca di un uomo consacrato a Dio e alla vita monastica, ma che dà un senso al resto del bellissimo racconto. Oppure ancora, l’intima dolcezza di Sospiro, breve autobiografia di un ladro gentiluomo; la filosofia dell’incontro con la Morte di un vecchio pescatore che, nella sua saggezza, non la teme (I due pescatori). Insomma, ciò che traspare dai venticinque racconti è un’immaginazione pura, cristallina ma non per questo edulcorata o irreale; una prosa scorrevole e disincantata che vuole non solo intrattenere ma anche farci soffermare sulle cose grandi e piccole, in modo così naturale da catturare dalla prima all’ultima riga. Questo soprattutto grazie all’incredibile talento linguistico di Stefano Benni, che è capace di passare da un racconto all’altro cambiando totalmente la sua scrittura, come un virtuoso camaleonte della penna. Facendoci ridere, ma facendoci spuntare l’orlo di una lacrima poche righe più in basso. Facendo travolgere il lettore da un uragano di buffa, sorprendente, amara, nuda umanità. Perché è proprio questo ciò che tutti noi siamo: stupide, eccezionali, inimitabili creature umane.

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