stat femina pristina nomine… – di Cinzia Pagliara

Sento Il desiderio di scriverne ogni volta che mi capita di leggerne, ovvero sia: sempre. Non è un argomento nuovo, e questa è la cosa peggiore, perché significa che non cambia nulla, che la cultura resta quella della violenza perpetrata e subita, perché si possono creare leggi e cavilli ma niente può cambiare se non cambia la visione socio-culturale del problema. Ogni volta rinasce il dibattito (siamo specialisti nel perderci in discussioni inutili, con aria sapiente e un tono sempre alternante tra il saccente e l’annoiato) sul termine “femminicidio”, che pare essere il vero punto di svolta di un fenomeno che è ormai una guerra, perché da guerra sono i numeri delle vittime e le modalità di morte. Ogni volta mi chiedo perché, consapevoli come dovremmo essere che la nostra lingua è fondamentalmente “maschile” (non maschilista, quello lo diventa inevitabilmente per abitudine priva di riflessione), non notiamo che il termine che tutti sostengono si debba usare è “omicidio”, laddove etimologicamente il termine deriva dal latino homicidium, formato da homo e da cidium, ossia uccisione di un uomo. La nostra lingua usa il maschile per indicare un evento generico, e poi una serie di termini che indicano dettagli specifici. Non esiste nessun termine per l’uccisione dei figli, come se questo gesto non possa nemmeno essere immaginato, nella sua spaventosa atrocità, ma esistono: suicidio, parricidio, matricidio, uxoricidio… e nessuno di essi  suscita turbamenti o reazioni, come invece accade per il termine femminicidio, che invece suscita quasi rivolte. Strano, soffermarsi su un nome. Io penso al senso: ammazzare una donna ha un significato particolare; è l’esplosione di una violenza basata sul possesso, sull’annullamento della personalità, sulla gelosia patologica (e per lo più colpevole), sul disconoscimento della parità di diritti. Questo è il punto d’arrivo di una sofferenza inflitta con precisione e spietatezza, di paura istillata giorno dopo giorno. Su questo si dovrebbe riflettere, di questo si dovrebbe scrivere e parlare, senza stancarci mai. Uomini e donne. Perché non si può morire per non avere lavato i piatti nel tempo previsto dell’uomo padrone, e non si può continuare a morire nei dibattititi “filosofici” sul termine da usare. C’è un titolo a mo’ d’epigrafe che ho sempre amato nel film “Il nome della rosa”… esprime come la rosa, con un altro nome avrebbe lo stesso profumo e la stessa morbidezza di velluto al tatto e recita: «stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus». Non sono i nomi che contano, ma il senso e la dignità che ricevono. stat femina…

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *