Stanley Kubrick: “Eyes wide shut” (1999) – di Gianluca Chiovelli

Ho rivisto con piacere e timore il testamento ideologico di Stanley Kubrick. Un grande film, apparentemente inferiore agli altri suoi capolavori. Inferiore per ora: la sua importanza, infatti, monta anno dopo anno, in proporzione al progressivo svelamento dei simboli e degli accenni ch’esso copiosamente racchiude. La visione mi ha confermato in due convinzioni (do per scontato che il lettore conosca la trama). La prima convinzione, desunta da Borges, è che l’interpretazione di un’opera d’arte cambia in ragione del fluire degli eventi intercorsi fra la sua pubblicazione e il tempo dell’interpretazione stessa. “Eyes wide shut” del 1999 non è lo stesso film che vediamo oggi, nel 2016. Tra le due visioni è intercorso un fenomeno epocale: la rivoluzione digitale, il web; ed è stato il web (una somma di intelligenze) a chiarire parte della simbologia kubrickiana. Da un saggio sulle difficoltà della coppia borghese occidentale alle soglie del ventunesimo secolo (derivato dal racconto di Arthur Schnitzler, “Doppio sogno”) si è passati così a un glaciale resoconto sulle attività esoteriche e criminali dei centri di potere occulto. I due livelli narrativi operano simultaneamente. Se, tuttavia, la favola borghese era (nel 1999) preponderante, col catalogo dei platonici tradimenti e delle incomprimibili pulsioni sessuali, ora (2016) quel livello sembra sbiadire rispetto alla rappresentazione di sotterranee e onnipotenti massonerie, celate sia alla consapevolezza comune che alla regolazione delle leggi umane e civili. La seconda convinzione è che Kubrick ricorre all’allusione non solo perché in ciò risiede la forza della poesia e dell’arte ma perché impossibilitato a dichiarare esplicitamente la verità. Egli insomma sa, ma è costretto a comunicare solo tramite criptiche simbologie, fugaci accenni, false piste; è come il personaggio che introduce Tom Cruise al festino proibito, il pianista Nightingale, l’usignolo. Il pianista suona bendato, non deve sapere, eppure, nonostante l’impedimento e l’obbligo al silenzio, riesce a cogliere tutto ciò che si agita sotto le spoglie della normalità e lo comunica all’amico, ancora ignaro e immerso nel rassicurante fluire della vita di tutti i giorni (in cui trovano posto anche le sue paturnie matrimoniali). Lui, Nightingale-Kubrick, possiede davvero occhi chiusi-spalancati, eyes wide shut (nell’antica Grecia gli iniziati ai misteri venivano bendati prima della rivelazione finale; e il capo dei misteri era rivestito di rosso come il sacerdote dell’orgia misterica). Kubrick sbircia la verità sotto le bende e tradisce (in una doppia accezione: viene meno a un giuramento e trasmette conoscenza). Il segreto è ora davanti ai nostri occhi serrati: li spalancheremo? Comprenderemo? Può darsi ch’egli confidasse che, prima o poi, la rete aperta (wide web) dell’intelligenza umana l’avrebbe decifrato tale segreto, liberando l’uomo dall’oppressione di una falsa conoscenzaChissà, forse Kubrick fu un benigno sacerdote eretico delle élites che decise di officiare “Eyes wide shut” come cerimonia rivelatrice per una generazione più consapevole e democratica. Un Assange alle soglie della nuova era digitale?

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Un pensiero riguardo “Stanley Kubrick: “Eyes wide shut” (1999) – di Gianluca Chiovelli

  • Agosto 28, 2019 in 8:15 am
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    Lettura interessante della pellicola e in buona misura condivisibile. Debbo dire che per me il film, letto alla luce di quelli che lo avevano preceduto, era comunque chiarissimo fin dal primo giorno, almeno a chi avesse avuto gli occhi non “perfettamente serrati”.
    Eyes wide shut, sotto l’apparenza di un romanzo sentimentale, fornisce infatti un quadro, come sempre acutissimo, di cosa sia diventata la società occidentale moderna e, in particolare, di quale ruolo giochino la tecnica e i tecnici. Filosofi come Heidegger, Severino fino a Galimberti oggi sostengono che lo sviluppo della tecnica proceda ormai “motu proprio” e svincolato da ogni volontà umana. La tesi che Kubrick sembra avallare è invece che il vero motore che ha sospinto l’inarrestabile sviluppo della tecnica cui abbiamo assistito negli ultimi due, tre secoli sia piuttosto da rinvenire nel desiderio delle elite di conseguire un sempre più completo dominio sulle masse e sul pianeta in generale. Un ruolo cruciale al fine del concreto dispiegarsi di tale dominio è tuttavia giocato dai tecnici: quella corporazione intermedia di scienziati, medici, professionisti, militari, amministratori e funzionari vari che detengono, appunto, le conoscenze che consentono di sviluppare e porre in esercizio le tecniche e che devono quindi essere costantemente tenuti nella più stretta condizione di cieco servizio. Quando il tecnico – il medico nel caso del film – si azzarda ad aprire gli occhi e a intuire come funziona realmente il meccanismo, esso va quindi ricondotto immediatamente al suo ruolo di servo, alla sua gabbia dorata. Guadagna bene, ha una bella casa, una bellissima moglie e una splendida figlia. Rimanga quindi nel suo recinto e con i paraocchi ben calati sulle tempie a indirizzare lo sguardo su quello, e solo su quello, che gli è concesso di vedere e sapere. Eyes wide shut, letto in tale luce, appare quindi essere il film più potentemente rivoluzionario di Kubrick, il suo vero testamento. La transizione verso un mondo più equo e giusto, che era stata lasciata intravedere vent’anni prima in 2001 Odissea nello spazio, non è impossibile. La tecnica non schiavizza l’uomo per volontà del destino, si tratta solo di aprire bene gli occhi (eyes wide open, quindi, e non wide shut) e capire come stanno realmente le cose. E poi agire di conseguenza.

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