St. Paul & The Broken Bones: “Sea Of Noise” (2016) – di Nick Blackswan

Birmingham, Alabama, profondo Sud degli Stati Uniti. Qui, nel 2012, un contabile annoiato da una vita ordinaria, decide di rischiare tutto e di dare forma ai propri sogni musicali. Si chiama Paul Janeway, e insieme al bassista Jesse Phillips fonda i St. Paul & The Broken Bones, band di otto elementi uniti da una passionaccia per il soul, il funky e il r’n’b. Il percorso musicale di Janeway, d’altra parte, si è sviluppato all’ombra del suono Stax e Motown: tantissimi dischi ascoltati da ragazzino, i primi passi mossi nel coro della chiesa (come nella miglior tradizione dei black singers) e le foto di Otis Redding e Sam Cooke tenute sul comodino del letto a indicare quotidianamente la strada. La gavetta è quella consueta, fatta di piccole band non professionistiche, di prove in garage umidi, di concerti retribuiti poco e male, in piccoli locali della zona, di speranze alimentate solo dall’entusiasmo. A metà dei 2000, Paul inizia la (decisiva) collaborazione artistica con Phillips: nasce così una prima band semi-professionistica, The Secret Dangers e le speranze di Janeway di uscire dall’anonimato si fanno più concrete. La svolta, come detto, arriva nel 2012, quando gli appena costituiti St. Paul & The Broken Bones pubblicano un Ep autoprodotto (“Greetings From St. Paul And The Broken Bones”) che attira l’attenzione della Single Lock Records, casa discografica fondata da John Paul White (The Civil Wars) e da Ben Tanner (Alabama Shakes) che produce anche l’esordio della Band, intitolato “Half The City” (2014). L’impressione suscitata dall’ottetto è tale che, non solo il disco scala, con ottimi risultati, le impervie charts americane, ma i Rolling Stones, in tour negli States, vogliono i St. Paul ad aprire due loro concerti: è l’inizio di una grande avventura che prosegue oggi con “Sea Of Noise”, secondo full lenght, prodotto da Paul Butler, già dietro la consolle in “Home Again”, esordio di Michael Kiwanuka, datato 2012. La seconda prova in studio, se possibile, è ancora più convincente della precedente e la Band dimostra nuovamente di avere tante frecce al proprio arco: tecnica scintillante, capacità di creare groove micidiali (Midnight On The Earth) o languide ballate al sapore di miele e liquerizia (Sanctify) e, soprattutto, il timbro versatile del leader, che alterna suadenti falsetti a partiture decisamente più graffianti. Se è vero che le fonti d’ispirazione dei St. Paul emergono inevitabilmente da un glorioso passato
(i citati Cooke e Redding ma anche Al Green e George Clinton) la rilettura che ne fa la Band suona, tuttavia, modernissima, evitando così datati clichè e puntando invece su melodie di impatto immediato che non disdegnano passaggi radiofonici ed entrano in testa dopo pochi ascolti (All I Ever Wonder su tutte). Questo fa dei St. Paul & The Broken Bones uno dei gruppi più interessanti del variegato panorama nu soul e di “Sea Of Noise” uno dei dischi di genere più accattivanti del 2016. Fresco, potente, divertentissimo.

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