Squirrel Bait: “Skag Heaven” (1987) – di Alex De La Iglesia

Ho più volte incrociato nei miei precedenti articoli un gruppo che amo, ovvero gli Hüsker Dü. I tre di Minneapolis hanno avuto, con la loro rivoluzione all’interno dell’hardcore punk, un’influenza pesante come un macigno su di un’altra rivoluzione musicale in atto negli Stati Uniti nella seconda metà degli anni ottanta. Tale movimento tellurico andava dritto in direzione post hardcore (Rites of Spring, Fugazi), il quale si sarebbe in tempi brevi spinto oltre il rock stesso (Slint). Un cambiamento, tanto silenzioso quanto urlato, che non può prescindere da una band che ancora oggi dice poco ai più, cioè gli Squirrel Bait. Formazione di giovanissimi che nasce nel 1983 a Louisville nel Kentucky, vede alle chitarre Brian McMahan e David Grubbs, Peter Searcy alla voce, Ben Daughtrey alla batteria e Clark Johnson al basso. I cinque, grazie ad un’intensa attività concertistica, balzano ben presto all’attenzione dei Big Black dell’area di Chicago. È proprio la band capitanata dal guru Steve Albini a proporre il loro nome all’etichetta newyorchese Homestead, focalizzata sul rock più sperimentale e alternativo.
L’esordio è targato
1985 con l’EP omonimo “Squirrel Bait”, all’insegna di un hardcore punk abrasivo ma al contempo smussato dalla riverenza verso band come i Replacements. Il 1987 è l’anno del LP “Skag Heaven”, della durata di venticinque minuti. Il lato A parte con la potenza di Kid Dynamite, ed è subito chiaro che ci si trova di fronte a qualcosa di diverso dagli standard dell’epoca. La disperazione nella voce, il vigore dei riff di chitarra e la potenza della batteria sono tenute insieme da una grazia poco comune nel contesto musicale di riferimento. Nelle due successive Virgil’s Return e Black Light Poster Child sono ravvisabili tutti gli elementi dell’hardcore melodico che sempre gli Hüsker Dü avevano codificato in episodi come Divide And Conquer, Broken Home Broken Heart e I Don’t Know What You’re Talking About. Mentre Choose Yr Poison catapulta l’ascoltatore in una dimensione ritmica più vicina agli anni settanta che agli ottanta. L’intro di batteria e la seguente evoluzione, debitrici della stagione d’oro dei batteristi jazz (Buddy Rich, Max Roach, Papa Joe Jones) ispiratori dei loro successori rock (Ginger Baker, John Bonham, Ian Paice), portano infatti alla memoria esperienze musicali più vicine al rock progressivo e all’hard rock che al punk.
Sorprende di nuovo il cambio che avviene con
Short Straw Wins, in virtù della lentezza e dell’atmosfera che ne risulta. Una psichedelia stralunata e sognante, anticipatrice delle istanze grunge che pochi anni dopo sconvolgeranno il mondo del rock. Il lato B inizia con Kick The Cat, ulteriore testimonianza della generosa cultura musicale e della perizia con la quale questa viene servita. Alle scariche di adrenalina, proprie di gruppi come Adolescents e Zero Boys, fanno da contraltare i dialoghi tra chitarre che rasentano il virtuosismo, seppur contenuto, che strizza l’occhio al decennio precedente. Una caratteristica, quest’ultima, che li accomuna ai leggendari Wipers di Greg Sage da Porland, Oregon. Se Too Close To The Fire anticipa le coordinate proprie del post rock, che stava per venire alla luce, Slake Train Coming è l’episodio più rispettoso dell’ortodossia hardcore. Fatto salvo il coro che ne riprende il titolo, Rose Island Road è la summa prettamente strumentale di tutto ciò che la precede nella tracklist.
In chiusura la testimonianza chiamata
Tape From California a certificare l’esistenza, e non la nascita, del cosiddetto “emotional hardcore” poco più tardi battezzato emocore, più riflessivo ed esistenziale che rabbioso e nichilista. Con “Skag Heaven” l’avventura volgerà al temine a causa delle divergenti direzioni artistiche dei componenti. Dopo aver gettato in quattro anni i semi di svariati generi musicali, la diaspora porterà gli ex membri a creare la fortuna di diversi progetti in ambito underground a cavallo tra gli anni ottanta e novanta. David Grubbs militerà nei Bitch Magnet, Bastro (ai quali si unirà anche Clark Johnson), Gastr del Sol e The Red Crayola; Ben Daughtrey suonerà con i The Lemonheads e i Love Jones; Brian McMahan fonderà gli Slint e i The For Carnation. Gli stili che verrano riconosciuti eredi delle avanguardie degli Squirrel Bait saranno, oltre ai già citati post rock e emocore, il math rock, l’avant folk, lo slowcore e parte del calderone alternative rock.

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Un pensiero su “Squirrel Bait: “Skag Heaven” (1987) – di Alex De La Iglesia

  • Marzo 2, 2021 in 11:12 pm
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    Bel post, gruppo da cui sono nati altri che mi piacciono. Sarebbe bello leggere dei For Carnation.

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