“Spirit” (1968): la seconda vita di “Mr. Skin” – di Pietro Previti

Era inquieto, instancabile, Edward Claude Cassidy in quegli ultimi mesi del 1964. Sentiva che a quarantuno anni stava per chiudersi un periodo importante della sua vita. Il ruolo di batterista jazz cominciava ad andargli stretto. “Cass” aveva iniziato a suonare professionalmente prestissimo, appena quattordicenne, nel 1937. Sfruttò come meglio poteva la decisione dei genitori di trasferirsi nella accogliente e più aperta cittadina di Bakersfield, California, nel tentativo di mettersi definitivamente alla spalle la dura vita dei campi di Harvey, Illinois. Anni comunque difficili, di profonda miseria, con l’America che stentava ad uscire dalla Grande Depressione e che convinsero Cassidy, appena raggiunta l’età di leva, a cambiare aria per arruolarsi nella U.S. Navy durante la Seconda Guerra Mondiale. Terminato il servizio militare, “Cass” non ha più dubbi; la musica sarebbe stata la sua via di fuga verso un futuro migliore. Suona jazz, ma per sbarcare il lunario si adatta a suonare di tutto, passando dai complessini per ballare a quelli dixieland, non disdegnando il giro country & western. Ad un certo punto arriva a suonare consecutivamente per  282 sere in 17 Stati. Negli anni Cinquanta rientra nei ranghi degli orchestrali della San Francisco Opera ed inizia ad insegnare in un college. Si tratta di incarichi di un certo prestigio ed anche bene retribuiti, che possono garantirgli una discreta tranquillità economica. Dureranno entrambi poco, Cassidy si sente troppo inquadrato, gli pare di soffocare, avverte come se avesse barattato la sua libertà e creatività artistica con una sicurezza lavorativa ordinaria. Insoddisfatto, abbandona tutto e si trasferisce nel sud della California, a Los Angeles. Partecipa alla realizzazione di alcune colonne sonore per l’industria cinematografica di Hollywood ma, soprattutto, si trova in pieno fermento del West-Coast Jazz, il movimento jazz californiano ad uso e consumo dei bianchi, che in quella stagione si contrapponeva all’Hard Bop per le sonorità più ricercate e morbide. Forma un proprio combo ed accompagna i maggiori solisti dell’epoca come Art Pepper, Julian “Cannonball” Adderley, Roland Kirk, Lee Konitz e Gerry Mulligan. Ad inizio degli anni Sessanta Cassidy ha la consapevolezza che i tempi stanno nuovamente cambiando. Una nuova generazione di musicisti professa l’atonalità nel jazz e sta ponendo le basi alla “New Thing”. Allo stesso modo, la musica tradizionale amplia temi e contenuti. L’avvento di Bob Dylan è rivoluzionario e la progressiva elettrificazione del folk convincono Cassidy a ripetere lo stesso percorso nell’ambito della musica blues. Forma una band con due giovani chitarristi che faranno molta strada. Il bianco Ry Cooder ed il nero Taj Mahal avranno luminose carriere e già sul finire di quel decennio diverranno testimonial del Blues elettrico ed acustico. La band così formata prenderà il nome di Rising Sons e sarà una leggenda o, meglio, una chimera per molti appassionati almeno fino ai primi Novanta, quando verranno finalmente rese disponibili le registrazioni rimaste in archivio per oltre 25 anni. Sul finire del 1964 avviene la svolta decisiva, grazie ad incontri che gli cambieranno la vita personale per sempre. In quei giorni i Rising Sons hanno in programma un’esibizione in uno dei locali più importanti di folk & blues music a Hollywood, l’Ash Grove di Ed Pearl. Gli avvenimenti si succedono in maniera frenetica. Cass conosce la sorella di Ed Pearl, Bernice, all’epoca separata e madre di un ragazzino che già se la cava egregiamente con la chitarra. I due si piacciono e decidono di sposarsi poco dopo. È così che Cassidy diventa il patrigno di Randolph Craig Wolfe. Il ragazzo gli fa molta simpatia e, per molti versi, gli ricorda lui a quella età. Ne viene fuori un rapporto d’amicizia e di stima, che aumenta con il passare dei giorni. Randy vive praticamente nel locale di uno zio, ove ha modo di apprendere i segreti della chitarra direttamente dalle leggende della musica folk e blues che si avvicendano sul palco. Alcuni mesi dopo, ad un campo estivo, il ragazzo conosce altri due giovani e dotati musicisti provenienti dalla San Fernando Valley. Si tratta del cantante e percussionista Jay Ferguson e del bassista Mark Andes. Un primo embrione della band che si chiamerà Spirits Rebellious inizia a prendere forma (di seguito, semplicemente Spiritin omaggio ad un’opera del poeta e filosofo libanese Khalil Gibran). A Settembre 1965 i tre formano i Red Rooster, raggiunti ben presto proprio da Cassidy, oramai fuoriuscito dai Rising Sons (a causa di un infortunio ad un polso) e da un secondo chitarrista per alcune esibizioni all’Ash Grove. Malgrado la notevole differenza d’età tra “Cass” ed i ragazzi (un quarantaduenne e tre ragazzi di età variabile tra i quattordici ed i diciassette anni) le cose sembrano promettere bene, tra loro vi è una naturale empatia musicale. Non si può dire la stessa cosa dal punto di vista economico, specialmente per il batterista impegnato a mantenere la sua nuova famiglia. Inevitabile a quel punto che Cassidy (cui i ragazzi nel frattempo avevano affibbiato l’affettuoso nomignolo di Mr. Skin per via della testa rasata) decida di trasferirsi nella primavera del 1966 a New York per cercare nuove occasioni di lavoro. Ad accompagnarlo ci sono anche Bernice e Randy. Se questo cambiamento comportò la fine dei Red Rooster, l’esperienza che Randy si apprestava a vivere nella“Grande Mela”sarebbe stata decisiva per il suo futuro. In un negozio di musica incontra e fa amicizia con un altro chitarrista, un certo Jimmy, che lo invita ad aggregarsi alla sua band, la Jimmy James & the Blue Flames, per una serie di concerti in programma al Café Wha? al Greenwich Village. L’esperienza si rivelerà decisiva per Randy, che acquisirà per il resto della carriera anche il soprannome California appioppatogli dal “Mancino di Seattle” per distinguerlo da Randy Palmer che ha il suo stesso nome. Soltanto in seguito, così almeno si dice, ad esperienza nuovayorchese terminata,  Randy comprese che aveva avuto il privilegio di aver suonato e di essere divenuto amico di quel Jimi Hendrix che, con il suo nuovo combo, gli Experience, stava compiendo autentici sfracelli in Gran Bretagna ed Europa. Oramai rientrati definitivamente in California, Cassidy e Randy sono pronti per l’avventura con gli Spirit. Sono fermamente decisi; non possono fallire, potrebbero non presentarsi altre occasioni. Riallacciati i rapporti con Ferguson e Andes, il quintetto viene completato da un pianista di estrazione jazz e compagno di Mr. Skin nel New Jazz Trio. L’innesto di John Locke sarà decisivo per rendere ulteriormente inconfondibile e raffinato il sound della band. Ad Agosto del 1967 il gruppo, dopo alcune convincenti esibizioni dal vivo, è messo sotto contratto da Lou Adler, produttore di successo con The Mamas & The Papas e proprietario di una nuova casa discografica, la Ode Records, che gode della capillare distribuzione della Epic Records, a sua volta affiliata alla CBS Records. I giorni negli studi di registrazione volano via rapidamente. C’è la necessità di non tardare oltre la pubblicazione del primo album, per inserirlo nel nuovo filone dello psychedelic rock. Bisogna approfittare del lavoro preparatorio fatto dalle altre band californiane e dai Doors in particolare. Con gli arrangiamenti di Marty Paich e la direzione artistica di Tom Wilkes, l’epocale opera prima verrà denominata semplicemente “Spirit” ed arriverà negli scaffali dei negozi di dischi a gennaio 1968. Il successo arriva con un importante piazzamento al 31° posto nella classifica Billboard 200, ove permarrà per i successivi sette mesi. Il lavoro rimane impresso a partire dalla riuscita copertina ad opera del  fotografo Guy Webster che ricorre alla tecnica del  collage per creare dai cinque profili dei musicisti un unico volto, quasi a volerne rappresentare il comune sentire musicale in una sola personalità. “Spirit” contiene capolavori che ancora oggi suonano freschi e si ascoltano con piacere. Musica underground  suonata da musicisti dotati di non comune  perizia tecnica ed inusitata creatività. Fresh Garbage e Mechanical World, pubblicato anche come singolo, emergono dal lotto degli undici brani presenti, tutti strutturati su una durata media inferiore ai tre-quattro minuti. Fa eccezione la lunghissima ed articolata jam lisergica Elijah, che da sola sfiora gli undici minuti tra gli attacchi hard di “California” e la sequenza di improvvisazioni  jazzistiche prelibate, incentrate sul piano liquido di Locke e gli ariosi contrappunti del basso di Andes. Senza risultare mai ingombrante, Cassidy si pone al servizio dei ragazzi affiancandoli con il suo drumming raffinatissimo eppure leggero, e garantisce ovunque la tranquillità e l’esperienza di autentico regista in campo. Con il passare degli anni sarà però Taurus ad avere maggiore notorietà mediatica grazie all’accusa di plagio che gli eredi di “California”, scomparso nel 1997 in mare alla Hawaii, per strappare dalle onde il figlio dodicenne, muoveranno contro i Led Zeppelin. Ascoltate bene l’arpeggio di chitarra acustica e dopo riascoltate Stairway to Heaven. Se vi servono indizi, posso limitarmi a ricordare che in quel fatidico 1968 gli “Zep” affrontarono la loro prima tournée americana proprio di spalla agli Spirit, mentre il loro classico vedrà la luce soltanto nel 1971 in “Led Zeppelin IV”…  

Spirit / S/T. Etichetta: Ode Records  – Z12 44004. Paese: US. Uscita: Jan 1968.
Elenco trace: A1: Fresh-Garbage. A2. Uncle Jack. A3. Mechanical World.         .
A4. Taurus. A5. Girl In Your Eye. A6. Straight Arrow. B1. Topanga Windows.
B2. Gramophone Man. B3. Water Woman. B4. The Great Canyon Fire In General.  
B5. Elijah.

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